Sign in / Join

Trump è già in guerra:
ecco le tappe dell'intervento Usa in Siria

di Francesco Petronella

Il partito libanese Hezbollah, legato all'islam militante di matrice sciita, non crede a un possibile scontro diretto tra Stati Uniti e Russia, né a un inasprimento della guerra in Siria. A rivelarlo è il leader del movimento sciita libanese Sheikh Naim Qassem. ''Le condizioni non sono tali da far scoppiare una guerra totale, a meno che Trump e Netanyahu non perdano la testa completamente'', ha dichiarato Qassem al giornale al-Joumhouria. L'esponente di Hezbollah, una forza militare alleata del regime siriano e vettore della politica estera iraniana, è da considerarsi sicuramente persona informata dei fatti. Eppure l'eventuale attacco americano contro il regime di Bashar al-Assad non solo ha rievocato, nei ragionamenti dei critici, spettri del passato come Libia, Afghanistan e - soprattutto -Iraq, ma anche messo in moto quei movimenti di protesta pacifisti che già riempirono le piazze nel 2003 prima dell'iniziativa a guida americana contro Baghdad, e nel 2013, quando Obama ventilò un possibile intervento armato americano a seguito dell'attacco chimico sulla Ghouta Orientale. Eppure, notizia banale quanto utile alla memoria, non solo la Siria è già in guerra da almeno 6 anni, ma gli stessi americani in Siria sono già intervenuti, e da un bel pezzo.

L'ingresso americano nello scacchiere siriano è addirittura precedente rispetto a quello russo. Risale infatti al 22 settembre del 2014 il primo bombardamento americano sul suolo siriano e, precisamente, nella Jazeera orientale, zona di confine tra Siria e Iraq. Era infatti l'anno in cui, infrangendo i confini stabiliti nel 1916 dagli accordi franco-britannici Sykes-Picot, il gruppo terrorista denominato Stato Islamico proclamava la nascita di un califfato che si estendeva dall'Iraq a tutto il Bilad as-Sham (termine storico indicante il levante arabo). Era quindi in funzione anti-Isis che gli americani mossero i primi passi in terra di Siria. La strategia a stelle e strisce in questo quadrante, definita da alcuni analisti come "non-stategia" consisteva e consiste non solo nel perseguire  i propri obiettivi tramite aviazione e basi aeree, ma anche attraverso la formazione e la preparazione di gruppi autoctoni da addestrare e armare. E' il caso delle Sdf (Forze Democratiche Siriane), formazioni curdo-arabe (dominate dalle Ypg curde), che si sono rese protagoniste dell'ormai "mitica" resistenza contro lo Stato Islamico a Kobane e, più di recente, della "liberazione" della città di Raqqa, la capitale siriana dello Stato Islamico.

Tuttavia, è bene ricordarlo, quella che è passata alla storia come "liberazione" è stata un'iniziativa sanguinosa che ha coinvolto un'intera area urbana, quella di Raqqa, che contava all'incirca 200mila civili tra i suoi abitanti. L'avanzata curda fu resa possibile dalla copertura aerea degli States e da alcune divisioni corazzate a stelle e strisce. E' vero, dunque, che si combatteva contro Daesh, ma il prezzo pagato dai civili in termini di vite umane fu altissimo: 1300 abitanti dell'area, secondo le stime più prudenti, sono morti probabilmente a causa degli attacchi aerei della coalizione a guida Usa. Il massacro venne documentato con dovizia di particolari dal gruppo di citizen journalism chiamato RSS, Raqqa Is Being Slaughtered Silentlyossia "Raqqa viene massacrata silenziosamente". Si tratta della stessa realtà, considerata attendibile dai media Occidentali, che documentava tutte le violazioni e i massacri compiuti quando la città era ancora sotto il controllo dei miliziani dell'Isis. Tuttavia, la storia ne è testimone, all'epoca dei fatti non si levò alcun polverone internazionale per queste atrocità. Eppure gli elementi erano gli stessi di oggi: gli americani bombardano il territorio siriano causando, peraltro, la morte di centinaia di persone. Non solo. Anche il regime ed i suoi alleati russi e iraniani negli anni hanno sinistrato Aleppo, Homs, Daraya e la Ghouta Orientale per "stanare i terroristi", ma comunque hanno causato perdite indicibili tra la popolazione civile.

C'è un cortocircuito, evidentemente. O forse più di uno.

Complesso residenziale di Raqqa dopo gli scontri

A questo punto i critici potrebbero obiettare sottolineando che all'epoca di Raqqa si combatteva contro i terroristi dello Stato Islamico e che, quindi, quello pagato dai civili era un prezzo "necessario" a tale scopo, mentre ora si rischia di colpire il "legittimo governo del Paese". Su quanto sia vile giustificare la morte di civili al fine di raggiungere uno scopo "più alto", non è necessario spendere commento alcuno. Su quanto, invece, sia legittimo un governo basato sul potere di un'unica famiglia, che vince elezioni con percentuali bulgare da più di mezzo secolo, è ragionevole pensare che si tratti, niente più niente meno, che di un regime dittatoriale. Ma può essere interessante dare uno sguardo a quello che la presenza americana in Siria, che dura - lo ricordiamo - da quasi quattro anni, abbia effettivamente fatto contro il regime di Damasco in questo periodo di tempo.

L'ultimo vero e proprio scontro tra la coalizione a guida Usa in Siria e le milizie fedeli a Damasco risale solamente a due mesi fa. Il 7 febbraio, infatti, l’aviazione americana bombardava reparti del regime siriano, colpevoli di aver attaccato formazioni delle Sdf nel nord-est del Paese, causando decine di morti. All'epoca, però, questo ginepraio di politica internazionale, misteriosamente, non si vide affatto.

Negli anni passati invece, oltre a foraggiare le forze curde in funzione anti-Isis, gli Stati Uniti hanno messo in campo anche un piano per addestrare e formare gruppi di ribelli arabi, specialmente nella fascia meridionale del Paese. Per tutte queste iniziative, però, gli Stati Uniti avevano stabilito tra le eventuali regole d’ingaggio che in Siria si doveva attaccare solo l’ISIS e non Assad. La politica americana in Siria e in tutto il medio oriente, salvo per l'obiettivo esistenziale di estirpare lo Stato Islamico, è stata improntata ad un progressivo disimpegno sia con l'amministrazione Obama che con quella Trump. Questo non significa che gli americani, come ha detto Trump in varie occasioni, faranno armi e bagagli in un batter d'occhio. Significa, piuttosto, che le scelte di Washington sono state, sono e saranno impegnate verso una politica di concertazione più che di scontro aperto. La titubanza di Usa e alleati di questi giorni la dice lunga in merito. Le ore trascorse da quando Trump ha minacciato "l'animale Assad" di bombardare la Siria coi suoi missili "nuovi e intelligenti" hanno permesso al regime di mettere al riparo la propria aviazione e i propri strumenti bellici più pericolosi. Dove? Ovviamente nelle zone presidiate da mezzi e contraerea russa. Assad, infatti, sa perfettamente che Washigton, Parigi e Londra desiderano compiere un attacco chirurgico verso specifici obiettivi militari, come avvenuto un anno fa, senza però intaccare qualsiasi obiettivo russo. Forse ha ragione Qassem quando dice che "lo scontro finale" è ancora di là da venire.

Insomma, questo polverone sembra, per il momento ingiustificato, considerato che gli Stati Uniti sono già invischiati mani e piedi in Siria. Dal punto di vista della "solidarietà internazionale", quella a cui assistiamo è l'ennesima dimostrazione del doppiopesismo di certi ambienti nel valutare le situazioni. Se muoiono civili ad Afrin, dove Erdogan dà la caccia a quelli che considera terroristi, l'indignazione monta. Se muoiono civili a Raqqa questo non accade perché "i curdi sconfiggono lo Stato Islamico", se gli Usa minacciano di colpire qualche base militare, magari evacuata come nel 2017, allora, misteriosamente, è il caso di indignarsi sul serio.