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Disgelo Usa-Corea del Nord: i due leader dovrebbero incontrarsi presto, una storia a lieto fine?

di Francesco Petronella

Mentre l'attenzione del mondo e dei mercati era rivolta verso la "guerra commerciale" scatenata dalle nuove misure sui dazi, proposte dal presidente americano, una notizia positiva quanto inaspettata ha raggiunto gli osservatori internazionali: Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-Un si incontreranno in uno storico summit entro la fine di maggio. Ad annunciare quello che sarà il primo incontro mai avvenuto tra un presidente americano e un leader nordcoreano è stato il consigliere nazionale sudcoreano alla Sicurezza, Chung Eui-yong, parlando davanti alla Casa Bianca. Quest'ultima ha poi confermato di aver ricevuto la proposta di Pyongyang, che è stata ufficialmente accettata.

Dopo mesi di botta e risposta, test missilistici e di guerra psicologica (in cui l'episodio del "bottone più grosso" ha fatto scuola), i due leader sembrano seriamente intenzionati a fare un passo in avanti per risolvere la crisi. La notizia dopo che Pyongyang ha dichiarato martedì scorso che "non c'è ragione" per restare fermi sulle armi nucleari, "se le minacce militari verso il Nord finiscono e la sicurezza del regime è garantita". Da parte sua, Trump aveva commentato: "Kim Jong-Un ha parlato di denuclearizzazione con i delegati sudcoreani, non solo di uno stop. Inoltre, in questo periodo nessun test missilistico dalla Corea del Nord. Grandi progressi, ma le sanzioni resteranno sino a quanto un accordo sarà raggiunto. Incontro pianificato!".

L'apertura tra Washington e Pyeongyang è stata salutata favorevolmente anche da Russia e Cina. Il ministro degli esteri del Cremlino Serghei Lavrov ha dichiarato che lo storico incontro rappresenta "un passo nella giusta direzione" e che i colloqui "sono necessari per normalizzare la situazione nella penisola coreana". Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Geng Shuang ha commentato la notizia dicendo: "Noi speriamo che tutte le parti diano prova di coraggio politico per prendere le giuste decisioni".

Per quanto la notizia sembri un fulmine a ciel sereno, come dichiarato persino dal segretario di Stato americano Rex Tillerson, diversi elementi lasciano intendere che, al contrario, la mossa di Pyeongyang fosse nell'aria. Un ruolo di grande importanza è stato rivestito, negli ultimi tempi, dalla presidenza sudcoreana di Moon Jae-In, in carica da maggio 2017, durante la quale è stata ripresa a piene mani quella che viene definita "Sunshine policy". Si tratta di una politica caratterizzata dal maggiore contatto politico tra le due coree che ha segnato alcuni momenti storici nei rapporti inter-coreani. Un'impostazione che permise all'allora presidente sudcoreano Kim Dae-Jung di vincere il Nobel per la pace nel 2000. La sfilata comune Nord-Sud alle Olimpiadi di Pyeongchang, passate alla storia non a caso come "olimpiadi del disgelo", è una rappresentazione chiara di nuove aperture al trentottesimo parallelo.

Altro elemento che finora non c'era ai tavoli negoziali, è l'acquisizione da parte nordcoreana dello status di "potenza nucleare", una condizione che ha permesso a Pyeongyang di raggiungere il massimo della deterrenza possibile. In realtà, a livello regionale, la Corea del Nord gode da sempre di un ottimo potere deterrente dovuto alla conformazione territoriale. Prima che fossero varati missili balistici intercontinentali in grado di "colpire la California", Pyeongyang aveva gioco facile nella partita territoriale. Infatti i sobborghi settentrionali di Seul, una megalopoli il cui nucleo consta di 10 milioni di abitanti, si trovano a un tiro di schioppo dal confine artificiale del trentottesimo parallelo. Senza scomodare le testate nucleari, le forze nord-coreane potrebbero attaccare facilmente la capitale e fare decine di migliaia di morti prima ancora che Seul, e l'America sua alleata, riescano ad orchestrare una risposta coordinata. Raggiunto il grado massimo di deterrenza intercontinentale, il leader nordcoreano può ora inaugurare una parabola discendente in cui sedersi al tavolo con Trump e negoziare reciproche concessioni. Ma quali? Ritiro delle truppe americane dalla Corea del Sud? Rimozione delle sanzioni? E a quale prezzo?

L'assetto geo-strategico di questa zona ci ha abituato a repentini capovolgimenti. Maggio è lontano ed il tempo per vedere qualche colpo di scena c'è ancora. L'unità tra le due Coree ed il ricongiungimento di nuclei familiari separati da un confine creato a tavolino dalle potenze internazionali, sembrano ancora lontani. Kim Jong-Un, infatti, ha dimostrato più volte di non essere un interlocutore pienamente affidabile. Inoltre, gli analisti sono concordi sul fatto che i costi economici della riunificazione ricadrebbero innanzitutto sulla Corea del Sud, cosa che l'establishment politico di Seul sa bene. La riunificazione tra nord e sud , inoltre scatenerebbe reazioni inedite da parte delle due potenze locali, Cina e Giappone, che sullo status quo hanno finora basato la propria politica regionale.

 

 

 

 

 

 

 

 

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