Strage di Erba, Olindo parla per la prima volta: "Ecco cosa successe davvero quella sera"

Strage di Erba, Olindo parla per la prima volta: "Ecco cosa successe davvero quella sera"

Strage di Erba: Olindo Romano telefonata esclusiva a Quarto Grado. L’uomo condannato all’ergastolo insieme alla moglie Rosa Bazzi per l’eccidio avvenuto la sera dell’11 dicembre 2006 nella Corte di via Diaz ad Erba, dove caddero vittime Raffaella Castagna, il figlio Youssef Marzouk, la madre Paola Galli e la vicina di casa Valeria Cherubini, con il suo cane, per la prima volta parla con i giornalisti del programma Mediaset.

Olindo Romano ammette il suo errore: “Non dovevo confessare”

Olindo non solo ha ribadito l’innocenza sua e della moglie, ma si è detto fiducioso. E’ convinto che lui e Rosa prima o poi usciranno dal carcere, perché se si arrivasse alla tanto da loro anelata analisi dei reperti mai analizzati prima, si evincerebbe la loro innocenza. Olindo spera in un giudice che, diversamente dai 26 che lo hanno preceduto nei tre gradi di giudizio che hanno sempre confermato l’ergastolo per la coppia, voglia approfondire il caso, arrivare alla verità. L’uomo ha ammesso il suo errore: avere confessato un delitto non commesso, così come sua moglie. Si è definito “manipolato” dagli inquirenti, per questo indotto alla confessione dall’avvocato d’ufficio assegnatogli all’epoca dei fatti. ( continua dopo la foto)

Di seguito, stralci dell’intervista realizzata da Gianluigi Nuzzi

C’è una possibilità che esca dal carcere? Lei morirà dietro le sbarre?

«No, penso proprio di no. Penso che riusciremo a uscire».

Qual è la chiave che potrebbe aprire la sua cella?

«Di preciso non saprei dire quale sia la chiave. Però penso che bisognerebbe partire dall’analisi dei reperti rimasti. Quello sarebbe un buon inizio».

Alcuni giudici, però, hanno detto che l’analisi di quei reperti non può cambiare la storia di questo processo.

«Fino a quando non saranno analizzati non si può sapere».

Dopo 13 anni continua a essere sotto i riflettori. È giusto così o vorrebbe essere dimenticato dai media?

«Non saprei dire. Da una parte va bene così… non so come sarebbe se non ne parlassero. Però le cose vanno così e lasciamole andare così».

Perché il pubblico di “Quarto Grado” dovrebbe credere che lei e sua moglie avete subito un’ingiustizia?

«È un po’ difficile da spiegare. Comunque, basta andare a rivedere tutti i fascicoli e vedere come si è svolta la storia e si capisce».

Secondo lei chi ha sbagliato in questa vicenda?

«Mi sa che siamo in tanti ad avere sbagliato, in questa storia. Degli errori li ho fatti anche io, logicamente. Se no, non sarei qui».

Il suo errore è stato confessare?

«Sì, quello è stato un errore. Ma è stato tutto un insieme di cose».

Lei si è dato dello stupido per aver confessato? Si è pentito?

«Ormai le cose sono andate così, non si può tornare indietro. Adesso bisogna solo rimetterle a posto».

E come si fa rimetterle a posto?

«Come dicevo prima, iniziando ad analizzare gli altri reperti. Poi c’è il ministro della Giustizia, che ha richiesto gli articoli, e per ultima resta la Corte Europea».

I familiari delle persone morte dicono che ogni volta che si riapre questa storia è come se si compiesse di nuovo un delitto

«Non so cosa dire, sicuramente non fa piacere a nessuno. Però la storia non è ancora conclusa».

Pensa mai a Youssef, il bambino di due anni a cui è stata tolta la vita?

«Qualche volta ci penso. Però poi non arrivo a una conclusione. E allora…».

Dedica mai qualche preghiera per le vittime?

«Sì, ogni tanto prego. Anche per me».

Sfogliando la Bibbia che aveva in cella, c’erano delle frasi di colpevolezza. E queste frasi, scritte da un cattolico, sulla Bibbia hanno un valore profondo. Non crede?

«Beh, bisogna vedere l’interpretazione che ciascuno gli attribuisce. Io usavo la Bibbia per scrivere, ma più che altro la usavo per passare il tempo. Avevo la Bibbia e ci ho scritto sopra».

Lei e Rosa avete dato molti particolari della dinamica dell’omicidio. Come facevate a conoscerli?

«Li sapevamo tramite i giornali e tramite le cose che vedevamo e leggevamo. E poi per quello che ci hanno detto».

E sull’arma usata? Non c’erano le fotografie, come facevate a conoscerla?

«Adesso non glielo so dire».

Perché Frigerio si sarebbe inventato tutto contro di lei?

«Come hanno manipolato noi, hanno fatto la stessa cosa con lui. Perché le versioni dovevano coincidere. Quello che hanno fatto a noi, l’hanno fatto anche con lui».

Secondo lei il testimone è stato manipolato dagli investigatori?

«Sì, sicuramente».

E la macchia di sangue trovata sul battente dell’automobile?

«L’ha portata qualcuno che è salito sull’auto».

No: perché il consulente ha detto che è una macchia di sangue pura, che è stata portata da contatto diretto e non da qualche operatore delle forze di Polizia.

«Adesso questo non me lo ricordo più. Non so se fosse una macchia pura o no, ma non so proprio come sia potuta finire lì».

Com’erano i vostri rapporti con Raffaella Castagna?

«Altalenanti e un po’ litigiosi. Non so quante denunce ci siamo fatti reciprocamente: forse tre in totale».

I Castagna hanno detto che voi eravate invidiosi della coppia e che la nascita di Youssef ha fatto saltare qualsiasi equilibrio.

«No, l’invidia proprio no. Io non sono invidioso, si sbagliano. E neanche Rosa penso fosse invidiosa».

Quando è stata l’ultima volta che ha visto Rosa?

«Settimana scorsa. È andata bene: abbiamo avuto sempre il solito colloquio da un’ora. Non è vero che siamo in crisi e che abbiamo litigato, siamo ancora insieme. Siamo legati dall’amore».

Non teme che Rosa, un giorno, possa raccontare una verità che ancora non si conosce?

«No, penso di no».

Se lei sostiene di essere innocente, chi altro potrebbe essere stato? Che idea si è fatto?

«Non dico niente perché non voglio puntare il dito contro nessuno, non sapendo come siano andati i fatti».

Come spiega il video di Rosa in cui spiega come lei abbia ucciso Youssef?

«Quei video li abbiamo fatti d’accordo col primo avvocato che avevamo, l’avvocato Troiano. E quei video servivano per la nostra difesa».

Vuole fare un appello ai giudici, professando la sua innocenza?

«Un appello non serve, perché i 26 giudici che ci hanno condannato sono rimasti sempre in superficie, senza andare a scavare in fondo. Ogni giudice seguiva l’altro. Quindi quello che mi auguro è trovare un giudice che si metta lì e ricominci tutto da capo. Vorrei un colpo di fortuna. Fare un appello non so quanto possa servire».