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Stallo consultazioni, ma il totoministri continua: bagarre annunciata per il Ministero degli Esteri

di Francesco Petronella

Prima e dopo l'appuntamento elettorale italiano c'era da chiedersi quale direzione avrebbe preso il Paese nell'arena politica internazionale. Ora che il primo round di consultazioni al Quirinale è terminato - con un nulla di fatto - la domanda assume una forma ancora più pressante. Tra i dicasteri più importanti, in cui andranno a collocarsi le figure concordate da un eventuale governo di coalizione, il ministero degli esteri, organo essenziale per posizionare l'Italia all'interno del panorama politico internazionale, sembra quasi essere avvolto da un tabù.

La linea tracciata al termine dei colloqui con Mattarella da Luigi Di Maio, leader politico del partito che in questo momento distribuisce le carte al tavolo dei negoziati, lascia aperta la possibilità di formare un esecutivo sia con la Lega che con il Partito Democratico. Da parte sua il PD ha ripetuto più volte di voler restare all'opposizione, specialmente di fronte al veto imposto dai pentastellati sulla figura di Matteo Renzi. La reazione dell'area Dem è abbastanza comprensibile, considerando che Movimento 5 Stelle e centrodestra si sono spartiti le presidenze e gli uffici di presidenza durante la formazione del parlamento.

La duplice apertura di Di Maio, verso PD e Lega, permette un'ulteriore riflessione per quello che concerne la politica estera. Risulta difficile, infatti, capire come faccia il leader pentastellato a considerare equivalenti - al fine di concordare un nome per la Farnesina - un partito filo-atlantista, filo-europeista e pro-moneta unica come il PD, e un soggetto politico filorusso anti-euro come la Lega. Lasciando da parte l'idea che il Partito Democratico possa entrare in una siffatta alleanza di governo, prendiamo in considerazione un esecutivo che, superati veti incrociati e altri ostacoli di sorta, sia esclusivamente composto da e Lega-M5s.

Le uscite pubbliche e le dichiarazioni pre-elettorali da parte delle due compagini, oltre che l'humus culturale stesso dei due partiti, lasciavano presagire una simpatia politica per il mondo politico orbitante intorno alla Russia di Vladimir Putin sia in casa M5s che nel Carroccio. Qualcuno all'estero, come il giornale israeliano Haaretz, all'indomani del voto del 4 marzo ironizzava dicendo:"Putin ha vinto le elezioni italiane", sottintendendo la simpatia dei due partiti più forti verso il leader del Cremlino. Anche il24.it aveva analizzato la questione in un articolo. Da una parte il leader leghista Matteo Salvini ha sempre manifestato apertamente la propria ammirazione per Putin, scagliandosi in ogni occasione possibile contro le sanzioni economiche imposte alla Russia dopo l'occupazione della Crimea nel 2014. Dall'altra, mentre i vertici del Movimento 5 Stelle hanno mantenuto quasi sempre il solito riserbo sull'argomento, leader minori e base popolare hanno espresso una certa fascinazione per il fenomeno politico di Mosca.

Ad urne chiuse, però, le cose si sono inevitabilmente complicate. “Abbiamo ribadito al presidente della Repubblica un punto sulla politica estera - ha dichiarato Luigi Di Maio nella conferenza stampa al termine dei colloqui con il Capo dello Stato - con noi al governo l’Italia rimarrà alleata dell’Occidente, del Patto atlantico, dell’Unione europea e monetaria. Questo è l’obiettivo che ci prefiggiamo con un governo a M5S”. Il re è nudo: l'antieuropeismo e l'anti-atlantismo dei duri e puri non trova spazio nella fase governativa a 5 stelle.

In questo contesto, venendo alla questione ministero degli esteri, tra i rumors non confermati circa gli accordi presi sinora tra Lega e Movimento 5 Stelle la Farnesina non sembra essere assolutamente una priorità. All'inizio delle trattative sembrava che Di Maio e Salvini avrebbero fatto un passo di lato, lasciando la poltrona di Palazzo Chigi a un nome indicato da Mattarella (Carlo Cottarelli?) con l'obiettivo di rimanere in sella come leader politici dei rispettivi partiti e lasciando ai fedelissimi le poltrone dell’esecutivo. Si parlava di Giancarlo Giorgetti e Alfonso Bonafede come i due vicepremier, di uomini della Lega agli Interni e alla difesa Difesa , e di esponenti pentastellati ai ministeri del Lavoro, delle Infrastrutture e dell'Ambiente. E gli esteri? Voci di corridoio davano la Farnesina tra due caselle che il Capo Dello Stato si sarebbe preso direttamente l'onere di riempire, insieme al ministero dell'economia.

In conclusione, la politica estera è stata la grande assente della campagna elettorale, ma con la nuova spaccatura creatasi tra Di Maio e Salvini, uno proiettato verso Washinton e Bruxelles e l'altro verso Mosca, l'affaire Farnesina rischia di diventare il pomo della discordia per il futuro esecutivo, specialmente nella scelta del ministro degli esteri. A meno che Mattarella non decida di mettere pace scegliendo una figura di garanzia e "buona per tutti".