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Testata giornalistica - Registrazione Tribunale di Napoli 19/2017

Siria: il fronte Nato si compatta, ma l'Italia è divisa

di Francesco Petronella

Nonostante la risposta dell'Occidente a quello che sembrerebbe un attacco chimico perpetrato dal regime siriano contro la città di Douma stia richiedendo tempi piuttosto lunghi, i membri dell'Alleanza Atlantica si stanno gradualmente coordinando per supportare l'imminente intervento americano in Siria.

Ultima in ordine di tempo, la Gran Bretagna di Theresa May ha mobilitato due sottomarini in grado di lanciare missili da crociera, e difficili da intercettare da parte della contraerea russa nel mediterraneo orientale, oltre che predisposto uno stormo di cacciabombardieri Tornado e Typhoon nella base britannica sull'isola di Cipro.

La grande incognita dello scenario siriano, la Turchia di Erdogan, sta continuando tutto sommato a tenere un piede in due staffe. Pur essendo uno dei tre garanti degli accordi di Astana, tavolo negoziale sulla Siria messo in piedi insieme a Iran e Russia in aperta concorrenza ai negoziati a guida Onu, Ankara ha mostrato un certo riallineamento rispetto all'Alleanza Atlantica, di cui fa parte. Il presidente turco ha sentito telefonicamente la controparte americana Donald Trump  assicurandolo che la Turchia sta seguendo "da vicino" gli sviluppi della vicenda. Un'altra dimostrazione di "lealtà atlantica" da parte di Erdogan sta nelle dichiarazioni rilasciate ieri a proposito del cantone curdo-siriano di Afrin, conquistato manu militari dalle forze turche durante l'operazione "Ramoscello di ulivo".  "Consegneremo Afrin ai suoi abitanti - ha dichiarato il Erdogan - quando arriverà il momento e saremo noi a decidere quando e non il signor Lavrov", riferendosi al ministro degli esteri russo. Questo piccolo attrito tra Ankara e Mosca non può non avere un peso specifico importante nel momento in cui i due blocchi, a guida Usa il primo e a guida russa il secondo, si stanno via via compattando. Tuttavia, tramite un comunicato alla tv nazionale turca,  questa mattina Erdogan, ha annunciato che parlerà al telefono in giornata anche con l'omologo russo, Vladimir Putin, a proposito dei mezzi per mettere fine agli attacchi con armi chimiche in Siria.

Anche l'Italia, dopo qualche iniziale titubanza, ha manifestato il proprio contributo alle operazioni Nato. Nel pomeriggio di ieri, infatti, due aerei militari Boeing P-8A Poseidon della Us Navy sono decollati dalla base di Sigonella, in Sicilia, alla volta dei cieli siriani. Il governo dimissionario ha optato per una linea fedele all'Alleanza Atlantica, mentre le forze politiche impegnate nelle consultazioni per la formazione del nuovo esecutivo, dividono l'opinione pubblica. Hanno fatto scalpore, ad esempio, le dichiarazioni del leader leghista Matteo Salvini: "Notizie false per sganciare altre bombe? Basta guerre, grazie!" ha scritto il leader del Carroccio, intervenendo sulla crisi in Siria. Per tutta risposta, il sottosegretario alla Farnesina Vincenzo Amendola ha dichiarato: "A chi, come Matteo Salvini, chiede strumentalmente una presa di posizione contro interventi militari dell'Occidente in Siria, ricordiamo che l'Italia ha sempre condannato nella maniera più ferma qualsiasi utilizzo di armi chimiche: il loro uso costituisce un crimine di guerra e una gravissima violazione del diritto internazionale. Posto questo, il Governo italiano è a fianco dei tradizionali alleati del nostro Paese: Stati Uniti, Francia e Regno Unito. Se Salvini la pensa diversamente, lo dica con chiarezza".

Dall'altra parte dell'Oceano si continua, però, a prendere tempo. "La guerra è sempre l’ultima risorsa -  ha affermato il neo Segretario di americano Stato Mike Pompeo in un'audizione al Senato - Preferisco raggiungere gli obiettivi della politica estera del presidente con una diplomazia accanita piuttosto che mandare giovani uomini e donne al fronte". Le parole del politico statunitense sembrano voler mitigare le affermazioni, come sempre al vetriolo, affidate da Donald Trump ai suoi tweet degli ultimi giorni.

Inoltre, chiunque tenti di avere la meglio in questa situazione intricata, che sia Vladimir Putin o Donald Trump, avrà un cliente molto esigente a cui dover dare specifiche garanzie: Israele. Lo Stato Ebraico, infatti, ha dimostrato chiaramente di poter e voler fare qualsiasi cosa sia nelle sue possibilità per scongiurare il pericolo di una presenza iraniana, o filo-iraniana, permanente nei pressi dei propri confini. Proprio ieri, a tal proposito, è giunta la notizia che Israele ha spinto per un'accelerazione nella costruzione di un muro difensivo sul confine libanese, un quadrante che rischia di diventare davvero incandescente. In questo senso, non sono mancati verso Tel Aviv inviti alla cautela sia da parte russa che americana.

L'attacco missilistico, che si aspettava già per questa notte, in realtà è ancora di là da venire. A Parigi e a Washington, principali attori della risposta occidentale, sanno perfettamente che qualsiasi iniziativa va ponderata con cautela, poiché nel momento in cui primo missile americano toccherà il suolo siriano, i critici scateneranno un inferno mediatico rievocando i fantasmi di Libia, Afghanistan e, soprattutto, Iraq.

Sono ore di tensione quelle che ci aspettano. Ore in cui le analisi e le speranze si confondono inevitabilmente. Nella peggiore delle ipotesi, quello che si profila all'orizzonte è il primo vero scontro in armi tra i due "ex" blocchi sin dalla crisi della Baia dei Porci.