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Testata giornalistica - Registrazione Tribunale di Napoli 19/2017

Siria: attacco americano nella notte,
cosa succede adesso?

di Francesco Petronella

Il dado è tratto: gli Stati Uniti d'America hanno dato il via questa notte all'attacco missilistico contro il regime siriano di Bashar al-Assad, ventilato in questi giorni dall'amministrazione Trump come ritorsione per quello che sembrerebbe un attacco chimico perpetrato dal regime nella città di Douma, il 7 aprile scorso. Una pioggia di missili, oltre 100, lanciati in un attacco coordinato da Usa, Francia e Gran Bretagna, ha colpito almeno tre siti in Siria.

Come preannunciato, si è trattato di un attacco chirurgico e concertato con precisione insieme agli altri attori internazionali, cui difficilmente seguiranno ulteriori sviluppi. L'attacco è iniziato pochi minuti dopo le 3, ora di Damasco, quando la tv siriana e giornalisti accreditati sul campo hanno riferito che alcune esplosioni si sono sentite anche nei dintorni della capitale siriana.

L'attacco, secondo quanto riportato dal segretario della Difesa Usa James Mattis, ha colpito strutture di ricerca, sviluppo e produzione di armi chimiche utilizzate dal regime siriano di Bashar al Assad. Nella nota del Pentagono si precisa che i bombardamenti "sono stati molto più complessi di quelli lanciati lo scorso anno, quando gli Stati Uniti hanno lanciato 58 missili contro la base aerea di Shayrat sempre a seguito di un attacco chimico" sottintendendo che, a differenza dell'anno scorso, l'attacco è stato eseguito con tecniche più avanzate e, allo stesso tempo, in un contesto multilaterale con l'ausilio di Francia e Gran Bretagna. Anche la Nato, pur non avendo patrocinato direttamente l'iniziativa, ha fatto sapere tramite una nota del segretario Jens Stoltenberg di sostenere l'attacco congiunto di Usa, Francia e Regno Unito contro i siti di armi chimiche in Siria.

Secondo le prime ricostruzioni, sembrerebbe che Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna abbiano utilizzato soprattutto missili da crociera, lanciati da unità navali oppure da sommergili (come quello che Londra aveva appena spostato al largo della Siria). Mentre il governo francese ha fatto vedere sui suoi account Twitter aerei Rafale in decollo per l'operazione in Siria, mentre 4 Tornado britannici decollati prevedibilmente dalla base cipriota di Akrotiri hanno messo a segno l'operazione contro una installazione vicino Homs, dove almeno tre civili sarebbero rimasti feriti.

Il mistero della difesa russo ha annunciato che le forze di difesa aerea del regime hanno intercettato tutti i 12 missili da crociera lanciati dalla coalizione occidentale contro la base aerea militare di Al-Dumayr, situata a est di Damasco, a pochi chilometri dalla Ghouta Orientale. Sul numero totale delle testate scagliate sulla Siria, il generale russo Serjey dichiara che 71 dei 103 missili lanciati sono stati intercettati.

Come prevedibile, a giudicare dal fitto scambio che i vertici militari americani e russi hanno mantenuto in questi giorni "Nessuno dei missili da crociera lanciati dagli Usa e dai suoi alleati è entrato nella zona in cui le unità di difesa aerea russe stanno difendendo le strutture di Tartus e Hmeimim". A rivelarlo è sempre il ministero della difesa russo.

L'obiettivo di colpire la capacità chimica e militare del regime, senza arrivare ad uno scontro con la Russia sembra essere stato raggiunto. Ieri circolava addirittura la notizia che i russi avrebbero chiesto agli americani la lista dei potenziali strike per spostare in tempo i propri mezzi e uomini ed evitare "il grande scontro finale" a cui Usa e Russia sono ancora, evidentemente, impreparate.

Andando oltre il baccano mediatico sollevato dall'operazione, con leader politici di ogni parte dello schieramento che si lanciano in lodi, critiche e minacce a viso aperto, quello che paradossalmente sembra più probabile, al momento, è che si verifichi una distensione dei toni senza alcun cambiamento significativo per la Siria. Dal punto di vista politico, tutti gli attori in campo sembrano aver ottenuto ciò che volevano. Donald Trump ha onorato la parola data, attaccando il regime come promesso. Stesso dicasi per Macron, che con questa iniziativa si è giocato gran parte della propria credibilità internazionale. E stesso dicasi, in contesto diverso, per Theresa May. Dall'altra parte della barricata, il regime è riuscito a limitare i danni e i russi a garantirgli la massima protezione possibile.

Sebbene il Cremlino abbia condannato con forza l'attacco, e la Casa Bianca abbia assicurato che la reazione militare americana agli attacchi chimici in Siria "non è finita", non c'è da aspettarsi ancora un'escalation di grandi proporzioni. D'altronde, per quanto potenti dal punto di vista della conoscenza del territorio, i russi sono in netto svantaggio per quanto riguarda il controllo dei mari e dello spazio aereo nell'area. Nonostante il naviglio russo del Mar Caspio, e le divisioni marine presso il porto siriano di Tartus, questi asset rappresentano davvero poca cosa rispetto agli americani che tra Mediterraneo e Golfo sono attrezzatissimi e possono eventualmente contare anche su Israele. Questo Vladimir Putin lo sa bene, e per questo cercherà di approdare ad una soluzione di concerto e non di scontro aperto.

Quella che si può considerare la "non-notizia" del giorno è il fatto che in Siria ci sia una guerra. Indipendentemente dall'attacco di questa notte, i cui effetti potrebbero rivelarsi davvero risibili, più di mezzo milione di morti sono lì a testimoniare che i missili lanciati nottetempo altro non sono se non l'ultimo capitolo di una guerra sanguinosa che dura da 7 anni, e che di certo non finirà a breve.