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Testata giornalistica - Registrazione Tribunale di Napoli 19/2017

Siria: armi chimiche, venti di guerra e questioni irrisolte, tutti gli interessi sul campo

di Francesco Petronella

Il dottor Ahmad Dabis, dell'Unione delle società siriane per il soccorso medico (Uossom), che gestisce parte dei quadri sanitari a Douma nella Ghouta Orientale, ha riferito all'ANSA che l'uccisione di 42 civili, tra cui diversi minori e donne, nel presunto attacco chimico di sabato scorso a est di Damasco è stata documentata e accertata da fonti mediche locali. Resta invece difficile certificare la morte di altre decine di civili a causa dell'attuale contesto militare e di sicurezza, instaurato dopo l'ingresso dei russi e dei lealisti nell'area. Dabis, infatti, ha anche affermato che "nell'attuale contesto di intimidazione da parte dei russi e delle forze governative, i medici e i quadri sanitari rimasti a Douma temono di essere arrestati o di non poter essere evacuati". Il medico siriano conclude che "a Douma oggi c'è un totale clima di paura".

Alla luce di queste affermazioni, suonano alquanto sconcertanti le dichiarazioni, seguite a ruota da quelle di Damasco, del ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, secondo cui Mosca proporrà una risoluzione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite per "un'inchiesta" sui presunti attacchi con armi chimiche in Siria, dal momento che l'apertura del Cremlino, arrivata dopo che la Russia ha bocciato un'analoga iniziativa da parte degli Stati Uniti,  giunge - si direbbe nel gergo della polizia scientifica- a scena del crimine ormai inquinata. Forte della propria presenza sul campo, infatti, la Russia ha prima inviato nell'area i propri esperti in autonomia e senza nessun osservatore esterno a vigilare sul loro operato, per poi evidenziare la necessità di un'inchiesta internazionale volta a far luce sulla vicenda. Insomma "Mosca ha formalmente chiuso l’indagine mentre l’agenzia Onu preposta ne annunciava l’apertura" osserva su twitter il prof. Francesco Strazzari dell'università di Pisa. Non è dato sapere che cosa gli emissari russi, che riferiscono di non aver trovato traccia alcuna di sostanze chimiche a Douma, abbiano potuto effettivamente fare sulla scena del crimine. Il VDC, Centro indipendente di Documentazione sulle Violazioni in Siria, alle 21 di ieri scriveva su twitter "La polizia militare russa è entrata a Douma oggi e ispezionato il sospetto sito dell'attacco chimico. Non sono stati ammessi testimoni nei pressi del sito durante l'ispezione e non è chiaro se la polizia abbia preso qualsiasi sostanza o manomesso qualche prova". Insomma, aprire le porte di Douma all'Onu dopo aver condotto una simile iniziativa unilaterale e senza alcuna vigilanza esterna, sembra piuttosto grottesco, oltre che tardivo. A questo vanno aggiunte le dichiarazioni contraddittorie di Vasily Nebenzya, ambasciatore di Russia presso le Nazioni Unite,  che è stato in grado di affermare - in un'unica frase - che quello di Douma era un attacco chimico perpetrato dai ribelli stessi sotto falsa bandiera, per poi affermare che non vi è stato alcun attacco chimico. La stessa contraddizione, d'altronde, segnava i discorsi del ministro russo Lavrov, all'indomani del conclamato attacco chimico sulla Ghouta del 2013. Insomma, la storia si ripete.

Stando così le cose, la speranza che un'inchiesta Onu possa far luce sull'accaduto si fa sempre più remota, specialmente considerando i tempi previsti per l'approvazione del meccanismo e per la sua messa in campo. Molto più pressanti, dal punto di vista temporale, sono i venti di guerra che sembrano sferzare le acque del Mediterraneo orientale. Qui, il cacciatorpediniere americano USS Donald Cook, armato con missili Tomahawk, dopo una sosta a Cipro si sta dirigendo nel raggio d'azione della costa siriana. I media turchi, inoltre, segnalano che aerei da combattimento russi stanno eseguendo manovre a bassa quota nei pressi dell'imbarcazione statunitense.

Indipendentemente da quello che verrà deciso nella stanza dei bottoni di Washington (e di Parigi), alcuni elementi dell'attacco chimico di sabato scorso restano effettivamente oscuri.

Innanzitutto, in attesa che un'indagine sul campo venga messa nelle condizioni di agire, non è ancora chiaro con quali gas sia stato condotto l'attacco. Cloro o Sarin? La differenza, in ogni caso, non è pacifica, dal momento che il Sarin, gas instabile che richiede una buona dose di know how tecnologico, inchioderebbe senza dubbio il regime di Bashar al-Assad. Il cloro, assai più agevole dal punto di vista artigianale, no.

Un'altra questione, sollevata in coro da fonti filo-regime e stampa estera allineata al Cremlino, riguarda il timing dell'operazione. Che interesse avrebbe il regime di Damasco a sollevare contro di sé un polverone di questo genere proprio ora che ha ripreso il controllo di quasi tutta la Ghouta Orientale? Per quanto possa sembrare strategicamente assurda, la mossa del regime ha invece senso per due aspetti. Il primo riguarda una specie di "prova per l'opinione pubblica mondiale", volta a verificare quanto è effettivamente alta l'asticella della sopportazione internazionale verso certi crimini; un modo come un altro per dimostrare quanto l'America sia debole in Medio Oriente, tanto da non muoversi neppure se viene gasata la popolazione. Il secondo riguarda, invece, il significato politico e propagandistico dell'operazione: l'attacco su Douma serve a lanciare un monito ben preciso a chi intende rialzare la testa contro Assad. D'altronde, la storia insegna, anche Assad padre nel 1982 soffocò nel sangue la ribellione di Hama, guidata dai Fratelli Musulmani, con una ferocia inaudita che costò la vita 35-45mila civili della zona. Non una novità, dunque.

In alternativa, si potrebbe rispondere alla domanda sul timing dell'attacco chimico su Douma con una semplice constatazione sulla banalità del male: era un attacco chimico quello di Ghouta nel 2013, lo era quello di Khan Sheikhun nel 2017. Perché non quello del 2018?

Minareto nel centro di Hama, prima e dopo gli scontri del 1982

I ragionamenti sui tempi dell'attacco, a rigor di logica, devono coinvolgere non solo il regime ma anche gli altri attori impegnati nello scacchiere siriano. Primo tra tutti, gli Stati Uniti d'America. Affermare, come hanno fatto alcuni, che gli Usa stanno cercando "il solito" pretesto per intervenire in Siria, significa non tener conto dell'attuale contesto politico in cui si muove l'amministrazione di Donald Trump. Con l'esplosione di una crisi diplomatica con Mosca, ramificata in tutti i paesi dell'Alleanza Atlantica, con un imminente quanto storico incontro con il leader nordcoreano Kim Jong Un alle porte, con una guerra commerciale contro la Cina in pieno corso e con immensi grattacapi al confine con il Messico, la Siria ed Medio Oriente non sono certamente tra le priorità di Washington in questo momento. In definitiva, si può affermare con un certo margine di certezza che il vero attore politico penalizzato dal timing dell'attacco chimico a Douma siano proprio gli stati Uniti di Donald Trump. Il Tycoon, infatti, è stato costretto improvvisamente a fare marcia indietro dopo che, solo qualche settimana fa, aveva annunciato una netta accelerazione nel disimpegno americano nell'area.

A questo punto, alcuni hanno avanzato l'ipotesi che l'attacco chimico sia stato organizzato da chi, come l'Arabia Saudita, desidera ardentemente "tirare per i capelli" gli americani in un maggiore impegno bellico in Siria. Sarebbero stati i sauditi, dunque, a fornire i gas (quali non è dato sapere) ai gruppi ribelli per utilizzarli sotto falsa bandiera. A tal proposito, però, sorgono ulteriori domande meritevoli di riflessione. Ammesso che Riad voglia l'aiuto degli Usa per venire a capo della guerra in Siria, un vero e proprio fallimento per la politica estera del regno saudita, a chi li avrebbero dati questi gas? I gruppi ribelli non hanno aviazione o comunque le competenze per far volare i velivoli sgangherati requisiti durante le operazioni di successo contro postazioni del regime. Se, invece, fosse stata l'aviazione saudita stessa a lanciare l'attacco "sotto falsa bandiera", è davvero difficile pensare che gli osservatori giordani e statunitensi, di stanza sul confine meridionale siriano, come pure russi, iraniani e lealisti, non si siano accorti di una simile iniziativa aerea.

Quale che sia l'origine dell'attacco, le modalità e il fine per cui è stato condotto, il clima politico internazionale si sta facendo incandescente. Il presidente americano Donald Trump ha annullato il suo viaggio in Sud America previsto per questa settimana, scegliendo di rimanere negli Stati Uniti per gestire la risposta americana ai fatti di Douma. In Gran Bretagna diversi membri del governo e del Partito conservatore stanno facendo pressioni sulla premier Theresa May perché si unisca ad un eventuale attacco militare degli Stati Uniti contro la Siria di Assad. La Francia di Emmanuel Macron sta discutendo sin dall'inizio insieme agli Usa se e come la Francia si impegnerà in un'iniziativa contro Damasco. Angela Merkel, con il solito tatto, si è limitata a dire che "si deve parlare un linguaggio molto molto chiaro" a proposito degli attacchi chimici in Siria. Quali saranno gli effettivi risvolti della faccenda, lo scopriremo nelle prossime ore, ma se è vero che Trump ha intenzione nel lungo termine di limitare l'impegno americano in Medio Oriente, senza farsi attirare in un terreno che conosce molto meno rispetto alle controparti russe e iraniane, è probabile che adotti un'azione simbolica come quella che seguì l'attacco chimico del 2017 a Khan Sheikhun: un' aggressione missilistica rivolta contro qualche sperduta postazione dei lealisti siriani, previo avviso per facilitarne l'evacuazione.

Quella che si gioca in Siria è una sanguinosa partita di poker in stile Texas Hold'em: il numero delle fiches di cui dispone ogni giocatore conta quanto se non più delle carte che ha in mano. Trump in questo momento ha buone carte da giocare, ma molte meno fiches rispetto a Putin, Erdogan e Rouhani. Se attaccherà puntando sulle sue possibilità o se invece tenterà un bluff, non è dato sapere per il momento.