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Testata giornalistica - Registrazione Tribunale di Napoli 19/2017

Siria: alle porte il primo scontro frontale da i due "ex-blocchi" dal secondo dopo guerra

di Francesco Petronella

Lo scacchiere siriano ci ha abituati in questi anni a momenti di tensione come quello che la politica internazionale sta vivendo in queste ore. Tuttavia, gli ultimi avvenimenti innescati dall'attacco chimico perpetrato dal regime di Damasco contro la Ghouta Orientale, presentano alcune novità rispetto a quello che finora il conflitto siriano ci ha mostrato. I venti di guerra che sferzano la Siria, coinvolgendo con la propria rapina tutti gli attori regionali e internazionali in campo, sembrano soffiare più forte di quanto ci si sarebbe aspettati.

Dopo che il presidente Donald Trump, in uno dei suoi soliti tweet al vetriolo, aveva annunciato serie e pesanti ritorsioni per l'attacco chimico del regime, e per gli sponsor di Damasco che hanno prontamente coperto l'accaduto, il cacciatorpediniere americano “Donald Cook” è stato spostato dal porto cipriota di Larnaca verso le acque internazionali davanti alla costa siriana dove si trova Tartus, base navale russa che costituisce insieme alla base aerea di Hmemeim la seconda testa di ponte russa in Siria. I media turchi riportavano nel pomeriggio che diversi aerei da guerra russi stavano effettuando manovre a bassa quota nei pressi dell'imbarcazione della US navy, in una macabra dimostrazione di forza e di presenza sul campo. Per tutta risposta, il regime siriano ha ordinato la mobilitazione dell'aviazione militare, spostando alcuni dei suoi aerei nella base di Latakia, gestita e protetta dai sistemi di difesa di Mosca,  ed altri nell'aeroporto internazionale di Damasco, sperando che sia considerato dagli americani come un sito civile e non militare. In questo senso, il ritardo nella risposta occidentale, a guida americana, ha consentito a Damasco di prendere le dovute, quanto esigue, contromisure.

Da parte sua Mosca, che ieri sera ha posto il veto sull'offerta delle Nazioni Unite di disporre un'inchiesta indipendente per verificare l'utilizzo di armi chimiche, ha inviato una delegazione di parlamentari nella capitale siriana per incontrare il presidente siriano, in modo da coordinare una risposta all'eventuale iniziativa americana. La Duma, la Camera bassa del parlamento russo, ha approfittato anche per smentire le voci, circolate sui media iraniani, libanesi e israeliani, secondo cui Assad e famiglia avrebbero già lasciato Damasco per motivi precauzionali. Il Cremlino ha asserito che le forze russe sul campo risponderanno con fermezza distruggendo qualsiasi dispositivo di lancio o missile statunitense si avvicini al territorio siriano. Il Tycoon, da parte sua, ha scritto in un tweet "Preparati Russia, perché [i missili] arriveranno, belli e nuovi, e 'intelligenti'!". D'altro canto, quattro funzionari americani hanno raccontato a Nbc News che alcuni droni statunitensi sono stati mandati in tilt da parte di attacchi cyber russi mentre stavano volando nei cieli siriani. Un fatto, questo, che chiarisce quanto lo scontro aereo, almeno a livello di cyber war, sia già cominciato.

Com'è noto, in queste ore il presidente americano sta intrattenendo una fitta comunicazione col capo dell'Eliseo Emmanuel Macron.  Stamattina il giornale Le Figaro riportava che i caccia Rafale dell'aeronautica francese sono già "in pista" nella base di Saint-Dizier, pronti a ricevere ordini dal presidente per decollare verso i cieli siriani. Inoltre, la fregata Aquitaine, una delle più moderne della flotta francese, è posizionata da qualche giorno nel Mediterraneo orientale.

Un po' più titubante la posizione dei decision makers d'oltremanica. La premier britannica, Theresa May,  ha affermato che la Gran Bretagna ha bisogno di prove più certe prima di unirsi al possibile intervento militare che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, minaccia di lanciare contro il regime del leader siriano Bashar al-Assad. A riportarlo è il quotidiano londinese "The Times", riferendosi il contenuto della conversazione telefonica avuta ieri dalla May con Trump. Il caso Skrypal, giunto in una nuova fase da quando la figlia dell'ex spia russa ha ripreso conoscenza, ci ricorda che in ogni caso la May ha il dente avvelenato verso la Russia di Putin. Non è da escludere che, se le pressioni di Washington si faranno più forti, decida di impegnare le forze di sua maestà a favore di un intervento in Siria, anche per rispondere alla "lealtà" dimostratale da Trump nella guerra diplomatica con Mosca.

Per quanto concerne gli attori regionali, Israele ha già posto il confine settentrionale in stato di allerta, preparandosi "a una possibile rappresaglia iraniana" dopo l'attacco missilistico di lunedì scorso su una base aerea nel centro della Siria. Un raid costato la vita ad almeno sette elementi iraniani, secondo i bilanci aggiornati. E' quanto scrive oggi il quotidiano israeliano Haaretz. Ieri Ali Akbar Velayati, un consigliere della guida suprema iraniana l'Ayatollah Ali Khamenei, ha detto in un'intervista alla tv libanese legata alle milizie dei Hezbollah, Al Mayadeen, che "il crimine di Israele non rimarrà senza risposta". Le minacce di Teheran lasciano presagire quanto anche le milizie filo-iraniane in territorio siriano, come gli Hezbollah e i Pasdaran, siano in stato allerta in queste ore.

Dall'altra parte della barricata, l'Arabia Saudita di Mohammed Bin Salman, principale alleato americano nella regione, ha dimostrato la propria disponibilità a "discutere con gli alleati arabi" per studiare una risposta coordinata qualora l'America decida di passare dalle parole ai fatti. Anche l'emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, in visita a Washington nelle scorse ore, ha detto ai giornalisti che lui e Trump "guardano negli occhi" il problema della Siria, aggiungendo che "non possiamo tollerare un criminale di guerra"riferendosi al presidente siriano Assad. Tra le incognite del panorama mediorientale c'è anche il Libano. Il paese dei cedri si sta preparando alle elezioni, che si terranno tra un mese, e qualsiasi posizionamento in questo complesso scenario regionale potrebbe creare contraccolpi a livello di politica interna.

Ultimo, ma non meno importante, il presidente turco Recep Tayyep Erdogan ha espresso forti parole di condanna verso l'attacco chimico. Quella del "sultano" è certamente la posizione più ambigua. Da una parte la Turchia è alleata degli Stati Uniti e membro della Nato, dall'altra è uno dei tre garanti degli accordi di Astana insieme a Iran e Russia, che al momento si trovano in una posizione diametralmente opposta rispetto a Washington. Quello che faranno le forze turche, invischiate in modo decisivo nel conflitto siriano, è il vero mistero di queste ore.

Quello che si prospetta in Siria, dunque, è un "tutti dentro" che rischia, nella peggiore delle ipotesi, di trascinare il mondo intero in un disastroso conflitto internazionale, oltre a quello locale che la Siria vive quotidianamente da ormai 7 anni. Di fronte all'eventualità di uno scontro, che vede in Usa e Russia i due "capi-blocco", l'ipotesi che Trump alla fine opti "simbolicamente" per un attacco missilistico mirato verso obiettivi militari siriani, magari avvisando prima per favorirne l'evacuazione, sembra l'unica alternativa possibile.