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I segreti nella tomba di Riina, il 'gioco grosso' e gli equilibri di Cosa nostra sui clan napoletani

Di Arnaldo Capezzuto

E' nella tomba Totò Riina, il capo della cosca dei Corleonesi, si porta tutti i segreti, forse. Indagini, arresti, sentenze fino in Cassazione e ancora rivisitazione dei processi passati in giudicato, falsi pentiti sapientemente imboccati, nuovi collaboratori, strane morti in circostanze misteriose e ancora cosiddetti servitori dello Stato infedeli e doppiogiochisti, servizi segreti autonomi da tutti insomma è un lungo Rosario costellato da bugie istituzionali e depistaggi la storia recente del nostro paese.

E il tempo non ha scardinato di un solo centimetro quel grumo di cointeressi comuni che rovesciò sul nostro paese a partire dalla metà degli anni Ottanta e fino al 1993 quintali e quintali di tritolo del tipo sintex quello adoperato dai servizi militari.

E il giudice Giovanni Falcone, lo definì il 'gioco grosso', l'insieme di quelle entità che 'governano' gli eventi e li piegano secondo un disegno prestabilito.

A sopresa Falcone lanciò una stilettata sibillina e precisa: “Si muore generalmente perché si è rimasti soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande”.

Il giudice che insieme a sua moglie e gli uomini della scorta trovò la morte il 23 maggio del 1993 sul tratto autostradale di Capaci con le sue indagini era entrato davvero senza volerlo nel 'Grande Gioco' e pare avesse anche temuto l’alleanza di servizi segreti stranieri con la mafia.

Un altro episodio clamoroso e sottovalutato fu il fallito attentato dell’Addaura del giugno 1989 dove Falcone aveva la seconda casa. Queste le sue testuali parole: “Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa Nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”.

La morte di Riina è simbolica. Finisce un'epoca. La verità è ancora lontana da venire, occorre cercarla soprattutto nei palazzi delle istituzioni e tra i faldoni impolverati nascosti chissà dove.

Una riflessione, invece, va fatta sulle conseguenze e gli assetti che l'uscita di scena di 'u Curtu  anche simbolicamente potrebbe indirettamente avere sui poteri criminali locali.

Il focus è sulla Campania. Laboratorio e storico crocevia d'interessi malavitosi. L'ex boss Francesco Di Carlo nel libro di Giorgio Mottola “Camorra Nostra” parla molto di Totò Riina e del suo rapporto con Napoli e in particolare con Marano dove tra l'altro si nascose insieme ad altri mafiosi di spessore nel corso della sua lunghissima latitanza.

Fu proprio  'u Curtu a condurre per mano alcuni selezionati capicamorra e insegnare che non dovevano fare esibizioni teatrali ma essere fermi. Quando ordinavano regolamenti di conti sparavano alle gambe.

Fu così che Riina disse ad Angelo Nuvoletta: 'Guardate che dovete sparare più sù”. Accadde allora che i 'nemici' indossassero i giubbotti antiproiettili e quindi non morivano.

Perciò un giorno il capo dei Corleonesi urlò spazientito: “Alla testa dovete puntare. Minchia, alla testa!”.

Sicuramente la vittoria del gruppo dei Corleonesi guidati da 'u Curtu contro la vecchia cupola di Cosa nostra ebbe  riflessi significativi anche sugli assetti criminali della Campania. Al di là di ciò che si pensa, la camorra è stata sempre collegata alla mafia.

Il primo capo della famiglia napoletana collegato con la commissione mafiosa è stato Alfredo Maisto, capo indiscusso di Giugliano fino agli anni 70 quando fu arrestato e poi assolto in primo grado per l'omicidio di Domenico Mallardo, detto Mimì 'e Carlantonio, contrabbandiere e suo rivale a Giugliano.

Non ci fu il tempo per andare in Cassazione morì 5 anni dopo con una trombosi. Il suo regno era ormai già finito e passato nelle mani dei Mallardo, famiglia-clan che nonostante arresti, sequestri e confische continua a regnare su Giugliano, Napoli e in giro per l'Italia con interessi anche all'estero appunto come una vera cosca mafiosa.

Il profilo basso dei Nuvoletta di Vallesana a Marano, fu abbandonato quando Riina con l'uscità di scena del padrino Luciano Liggio prese il potere.

I Nuvoletta diventano i referenti dei Corleonesi in Campania. Ormai Stefano Bontade e il resto del triumvirato, la vecchia mafia, ha le ore contate: alle porte ci sono i viddani di Riina.

Nasce una sorta di trattativa e Cosa nostra napoletana apparentemente si spacca in due. La decisione dopo una drammatica riunione a casa di Salvatore e Michele Zaza in cui Toto' Riina cominciò a gridare e abbandonò l'incontro accompagnato da Giovanni Brusca (quello che ha schiacciato il bottone del telecomando della strage di Capaci) e Di Carlo.

Siamo a metà degli anni settanta “Ce ne andammo dritti in un nostro appartamento al Vomero. Totò riempì tre bicchieri di whisky e poi l'idea di creare due famiglie a Napoli”. La Commissione di Palermo approvò l'idea.

Nacque in Campania una famiglia sotto il controllo degli Zaza, avrebbe compreso Napoli e la parte Sud della regione fino a Salerno e un'altra, riunita intorno ai Nuvoletta, avrebbe coperto la parte della provincia di Napoli e fino a Caserta. Trascorrono pochi mesi e la situazione precipita: l'omicidio del vecchio padrino Bontade è lo spartiacque.

Riina s'impossessa del potere e in Campania i fratelli Lorenzo e Angelo Nuvoletta diventeranno centrali per il potere corleonese. A stravolgere il mondo ci sarà la nascita della Nco di Raffaelele Cutolo che di fronte alla richiesta di Riina di uniformarsi al potere della Cupola rispose a muso duro di 'no' e minacciò lo stesso Riina.

Quasi contemporanea c'è l'ascesa di Antonio Bardellino, la nascita dei Casalesi e la grande guerra tra la Nuova camorra organizzata e la Nuova Famiglia. E' l'inizio dell'impolosione dei clan napoletani e l'allontanamento del potere della Cupola siciliana in Campania.

L'uscita di scena di Riina è una pagina definitiva che si chiude. Un'epoca che finisce. Chissà cosa pensa il padrino Raffaele Cutolo, da 50 anni, in carcere e al regime del 41 bis della scomparsa di 'U Curtu'.

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