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Dove stiamo andando, verso Trump o verso Putin? A ben vedere, non cambia molto

di Francesco Petronella

"Credo che probabilmente vedrò il presidente Putin in un futuro non troppo distante" ha detto il presidente americano Donald Trump, parlando con i giornalisti alla Casa Bianca dopo aver sentito telefonicamente la sua controparte russa. Una conversazione "con toni pragmatici, dedicata al superamento dei problemi accumulati nelle relazioni bilaterali", commenta il Cremlino in una nota stampa.

I rapporti bilaterali tra le due grandi potenze mondiali sono ai minimi storici, e questo si riflette ampiamente sul posizionamento che gli altri paesi devono assumere nei loro confronti. Anche se le indagini sul RussiaGate provassero un coinvolgimento del Cremlino nelle elezioni americane, questo non proverebbe direttamente una vera e propria "simpatia" di Putin verso Trump, quanto piuttosto una volontà di fare le scarpe all'allora sfidante Hillary Clinton, un'inquilina della Casa Bianca piuttosto sgradevole se vista dal Cremlino. Il fatto che tra i due leader massimi non corra buon sangue, al momento, è stato messo in luce dalla spy story che ha coinvolto Sergey Skrypal, in cui Washington ha preso le parti dell'alleato britannico.

Tuttavia da una prospettiva meramente politica, nel senso più ideologico del termine, il Tycoon ed il leader russo non sono poi così distanti.

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"Penseremo al futuro della nostra grande patria, al futuro dei nostri figli e agendo così senza dubbio siamo condannati al successo". Sono queste le parole con cui Putin ha salutato la vittoria che lo ha riportato al Cremlino dopo la tornata elettorale di domenica scorsa. Leggendole ed immaginandole declamate di fronte ad una folla osannante, queste affermazioni suonano dannatamente familiari. Sembra di sentir riecheggiare quell' "America great again" che ha dato Donald Trump le chiavi della Casa Bianca.

La grandezza, dunque, è una categoria basilare nel discorso pubblico di entrambi i leader, seppur in contesti e modalità diverse. Da una parte c'è un Paese, gli Stati Uniti, che in un modo o nell'altro cerca riscatto. Dall'altra, un paese che grazie alla stabilità macroeconomica e alla rinnovata assertività geopolitica dell'era Putin, ha acquistato un posto di rilievo nello scenario mondiale e vuole mantenerlo con le unghie e con i denti.

Si tratta, a ben vedere, di una retorica comune abbastanza elementare, che soddisfa i bisogni e i desideri primari di quella categoria, spesso abusata, chiamata "pancia del Paese" (o dei due paesi in questo caso). Tutela, protezione, controllo dei confini: sono queste le parole che disegnano l'orizzonte comune in cui si muovono i due leader massimi.

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Altro elemento che avvicina più di quanto possa sembrare i presidenti è l'approccio verso l'informazione. Seppur indirizzate a destinatari diversi, le invettive contro le fake news sono un tratto comune tra i due leader. Putin parla spesso, e il caso Skrypal lo dimostra, di "menzogne dell'occidente", mentre Trump ha fatto degli sberleffi e delle filippiche contro i giornali a stelle e strisce il suo marchio di fabbrica.

Due facce della stessa medaglia, dunque. Due forme diverse di una politica muscolare finalizzata a rassicurare l'orticello di casa, solleticandolo però con un'idea di grandezza a livello globale. In una parola: due espressioni diverse dello stesso populismo.

In questo contesto, cosa che ci tocca da vicino, si capisce l'immenso ruolo giocato dai social media e gli sforzi ciclopici per cercare di influenzarli. Il concetto è semplice: nell'era del populismo vince chi grida più forte. Pertanto bisogna prendere questo linguaggio accomodante, securitario, sovranista ed assertivo (populista) e mettere in piedi gigantesche macchine digitali che riescano a far arrivare questi messaggi a più persone possibile, o comunque all'attenzione dell'opinione pubblica che conta. Da una parte l'ormai celeberrima Troll Factory di San Pietroburgo che spinge su Twitter argomenti e tendenze legate ai "partiti anti-sistema" e populisti, dall'altra lo scandalo Datagate che fa di Facebook la cassa di risonanza, a pagamento, per lo stesso tipo di contenuti, seppur in modo diverso. In Italia, finora, Movimento 5 Stelle e lega sono le forze che ne hanno tratto giovamento.

Insomma, che gli slogan, le campagne, gli hashtag e le notizie ci portino verso Mosca o verso Washington, forse conta meno di quello che si possa pensare. Tanto, politicamente parlando,  c'è un orizzonte politico comune che va dalla East Coast fino agli Urali: il populismo.