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Omicidio Cimminiello. La difesa contro l'accusa : "Mancano le prove che Abete sia il mandante. E' come il processo Andreotti"

di Arnaldo Capezzuto

“Da parte dell'accusa c'è l'adozione di ipotesi, di suggestioni, di elementi supplettivi ma non di prove. Non ci sono riscontri, né correità in sintesi questo è un processo in cui le prove sono un fallimento”.

E' dura, energica, a tratti spigolosa l'arriga dell'avvocato Ferro, legale del boss Arcangelo Abete che insieme a Raffaele Aprea è imputato dinanzi ai giudici della quinta sezione della Corte d'Assise di Napoli, quali i mandanti dell'omicidio di Gianluca Cimminiello, il 31enne, tatuatore, vittima innocente della protervia vigliacca della camorra.

Il boss Abete è collegato in videoconferenza dal carcere di Opera a Milano mentre Aprea dal penitenziario di Voghera.

L'avvocato Ferro ripercorre le tappe dell'inchiesta e del processo a carico del suo assistito sostenendo che il gruppo di Abete solo nel 2011 ha una certa autonomia. Prima dell'omicidio di Cimminiello - avvenuto il 2 febbraio 2010 - era un sottogruppo della cosca scissionista Amato-Pagano.

La difesa di Abete è un volo pindarico tra sentenze, dichiarazioni e interrogatori per dimostrare che i collaboratori di giustizia non hanno raccontato fatti certi, anzi in alcuni casi sostengono verità che non sono state riscontrate.

Il legale - in particolare - smonta la circostanza del viaggio a Milano prima e dopo l'agguato nei confronti di Cimminiello da parte dei componenti del sottogruppo per parlare con il boss Abete posto agli arresti domiciliari.

Insomma, per il legale, il suo assistito non avrebbe mai impartito l'ordine di uccidere Cimminiello perchè non né aveva il potere comandava Cesare Pagano.

Circostanza, invece, quest'ultima emersa a più riprese con chiarezza nel dibattimento ma l'avvocato Ferro picchia duro : “Al di là delle suggestioni che sono comprensibili in un processo di questo tipo, però non bisogna perdere di vista ciò che è emerso ossia che non vi è la prova che Abete abbia conferito l'ordine di uccidere”.

Nel mirino della difesa finiscono i collaboratori di giustizia quelli che in passato facevano parte del cerchio magico di Abete e in particolare del suo luogotenente Biagio Esposito e Carmine Cerrato trasformatisi poi in acerrimi  accusatori.

Secondo il legale è stata sbagliata la gestione dei collaboratori, non sono state seguite le linee guida, le valutazioni e il riscontro esterno delle dichiazioni.

E poi l'attacco all'accusa di aver elaborato ipotesi e non prove, elementi supplettivi e non di sostanza e cita l'assoluzione di Giulio Andreotti nel processo come mandante dell'omicidio Pecorelli.

Poi rivolto alla Corte invita i giudici popolari a non farsi fuorviare "...ci sono sentenze passate in giudicato che certificano l'esistenza del clan Amato-Pagano e invece nulla dell'esistenza di un clan Abete".

Per poi concludere dinanzi ai giudici della quinta sezione della Corte d'Assise di Napoli "Il frutto della prova manca, Abete dev'essere mandato assalto perchè le prove non ci sono".

La prossima udienza vedrà protagonista la difesa dell'altro imputato Aprea, a metà maggio è prevista la sentenza.

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