Omicidio Cesarano parla il collaboratore Torre e racconta particolari inediti senza svelare il nome degli altri del commando. Poi si scusa con la famiglia della vittima

“Voglio chiedere scusa alla famiglia della vittima per questa brutta vicenda. Lo so che loro non potranno mai perdonare perché perdere un figlio è qualcosa di brutto.Voglio dire che è stata una tragedia. Chiedo scusa alla famiglia, ai parenti, alla Corte e a tutti presenti”.

Parla il collaboratore di giustizia Mariano Torre, la sua voce giunge nell'aula 320 della Corte d'Assise del Tribunale di Napoli da un sito riservato dove è collegato in video-conferenza. A fine udienza chiede al giudice se può rendere una libera dichiarazione.

A modo suo, parla del barbaro omicidio di Genny Cesarano, come di un tragico incidente e chiede scusa. Seduto in fondo all'aula - come sempre - c'è Antonio Cesarano, il papà del 17enne, vittima innocente in piazza Sanità la notte di quel maledetto 6 settembre 2015.

Scuote il capo, stringe gli occhi, mette le braccia conserte poi le mani in tasca, resta quasi in apnea, lo sguardo è fisso, il volto non ha una espressione precisa. E' un rinnovato dolore che sgorga più forte di prima. Non è la prima volta che i killer chiedono scusa alla famiglia Cesarano e nel loro racconto dell'omicidio del piccolo Genny, salta sempre fuori la parola 'tragedia'.

Un modo per allontanare lessicalmente le responsabilità quasi come se fosse stato un infortunio, un incidente, un fatto non previsto, un destino baro.

Il collaboratore di giustizia parla a pochi giorni dalla comparsa in via Janofolla nel quartiere Miano, ex roccaforte del clan Lo Russo, dello striscione 'Via da questa città' con il simbolo di una svastica. Un chiaro e sinistro messaggio contro chi ha deciso di passare dalla parte dello Stato.

Mariano Torre si sottopone all'esame incrociato del Procuratore generale e degli avvocati racconta la genesi dell'azione di tipo militare portata avanti dal commando partito da via Janfolla e giunto in Piazza Sanità dove - a seguito della sparatoria - restò vittima innocente Genny Cesarano appena 17 anni.

“Era sabato notte quando dopo aver cenato con la mia famiglia e con Mimmo Mollica, cognato di Carlo Lo Russo al ristorante e tornai a casa. Pochi minuti e Antonio Buono mi citofonò. Scesi e mi raccontò che Ciro Perfetto e Luigi Cutarelli si stavano rganizzando per andare al rione Sanità e rispondere alla 'stesa' effettuata da Pierino Esposito a Miano – a pochi metri - dall'abitazione di Carlo Lo Russo” - spiega Torre -.

“Non ero d'accordo – aggiunge – e Buono voleva che io cercassi di mediare, se qualcosa andava fatto era meglio il giorno seguente perchè in strada sicuramente non avremmo trovato né Esposito, né i suoi uomini. Ci recammo al nostro quartier generale in via Janfolla e insieme a un'altra persona andai a casa di Carlo Lo Russo che inizialmente non voleva fare alcuna azione perchè temeva che fosse una trappola. Vista però l'insistenza di Ciro Perfetto e di Luigi Cutarelli e sulla esigenza che occorreva dare una risposta, allora acconsentì. Ci diede l'ok e ci ordinò di andare giù alla Sanità e prenderli a questi qui. Cioè dovevamo ammazzare gli amici di Pierino e lo stesso boss”.

“Aspettamo in una sala giochi non molto distante dall'abitazione di Lo Russo,  l'arrivo delle armi: kalashnikov, una paio di pistole 9x21 e una 357 a tamburo. Indossammo 4 caschi integrali con visiera e i sotto caschi.  Ci muovemmo  con tre Tmax e un Sh Honda nero. Del Commando oltre a me, Perfetto, Cutarelli e Buono c'era anche Vincenzo Di Vita  poi successivamente ucciso e altre due persone di cui mi riservo di non fare il nome per ragioni investigative. Una volta giunti a Capodimonte arrivammo al rione Sanità guidati da Ciro Perfetto che imboccò una serie di vicoli a contromano e spuntammo al centro di Piazza Sanità".

"Andavamo piano con le moto a 20 chilometri all'ora, Ciro Perfetto che imbracciava il kalashnikov cominciò a sparare raffiche in aria all'altezza del pub, non ci fermammo mai con le moto. Io sparai verso un motorino, c'era un  ragazzo vicino. Il mezzo a due ruote era posto in modo obliquo e inizialmente non vidi che c'era quel giovane. Lui era nascosto tra nello spazio della sella, continuai a sparare".

"Dopo scappammo rifacendo a ritroso la stessa strada incontrando anche le forze dell'ordine. Giungemmo al biliardo dove una persona ritirò le armi.  Ciro e Luigi andarono a casa di Carlo Lo Russo, c'erano anche altre due persone del commando di cui non posso svelare l'identità per ragioni investigative, io invece andai a casa mia".

"Mia moglie non si sentiva bene. Tremava tutta. Chiamai mia madre e accompagnati mia moglie all'ospedale. I medici le diedero delle gocce per farla calmare. In quella circostanza incontrai un salumiere che conosco che mi disse che avevano sparato al Rione Sanità. Della vicenda non dissi nulla a mia moglie dei fatti del Rione Sanità. Ritornammo a casa. Mi svegliai verso le 12 e lessi dal cellulare la notizia dall'Ansa che era morto questo ragazzo. Scendo e vado da Carlo Lo Russo che mi chiese se questo ragazzo appartenessse a Pierino Esposito. Dissi di non saperlo. Poi vedemmo il Tg3".

"Scesi dalla casa di Carlo Lo Russo e raggiunsi  sopra via Janfolla Ciro Perfetto e Luigi Cutarelli che si trovavano a casa di una donna. Mi dissero se avevo visto il guaio che abbiamo fatto? Parlammo del guaio. Luigi s'informò se avessi sparato io oppure gli altri due nomi che non posso svelare. Dissi che avevo sparato in direzione di quel motorino e se il ragazzo era sullo scooter allora significava che me lo portavo io sulla coscienza".

"Decidemmo di far sparire le armi e farle scomparire. Ci facemmo riportare le pistole e con un flex, ci mettemmo a tagliare le armi. Poi fui proprio io in sella allo scooter a gettare i pezzi nei vari cassonetti dei rifiuti lungo Miano. Carlo Lo Russo voleva che non parlassimo dell'omicidio del ragazzo perchè anche negli ambienti criminali costituiva  un fatto grave".

 

di Arnaldo Capezzuto