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Testata giornalistica - Registrazione Tribunale di Napoli 19/2017

Medio Oriente: Trump ha un piano per Israele e Palestina e Gerusalemme ne fa parte

di Francesco Petronella

L'inaugurazione a Gerusalemme della nuova ambasciata americana in Israele, frutto del riconoscimento della città santa come capitale dello Stato Ebraico da parte degli Usa, impone ancora una volta all'opinione pubblica mondiale una domanda che in molti si già sono posti negli ultimi mesi: Trump ha un piano o prende le decisioni volta per volta senza una visione strategica?

In effetti, già ai tempi dell'annuncio sul futuro trasferimento della sede diplomatica, era piuttosto semplice prevederne le conseguenze. Dagli strali contro Washington da parte di Iran, Turchia e Lega Araba, fino agli inevitabili fatti di sangue che hanno portato alla morte di più di 60 manifestanti palestinesi nella Striscia di Gaza tra ieri e oggi. Su questo punto occorre precisare che la manifestazione, cominciata il 30 marzo scorso nel quadro della "Grande marcia del ritorno", culmina oggi nel giorno della Nakba (in arabo "catastrofe"), ma non ha nulla a che fare con l'ambasciata statunitense a Gerusalemme. Si tratta, infatti, di un'iniziativa volta semplicemente a ricordare alla comunità internazionale il diritto al ritorno dei profughi palestinesi, sancito dalla risoluzione 194 delle Nazioni Unite. Anche in questo caso era abbastanza facile prevedere che, aprendo i battenti della nuova sede diplomatica a Gerusalemme proprio in questo contesto, la tensione non poteva che aumentare.

La domanda, quindi, ritorna con prepotenza: Trump ha un piano o semplicemente sottovaluta-ignora le conseguenze delle sue azioni?

Per rispondere occorre fare un passo indietro.

A novembre del 2017 il dirigente della commissione esecutiva dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), Ahmed Majdalani, aveva annunciato di aver ricevuto dall'Arabia Saudita "la proposta del secolo avanzata dagli Stati Uniti per risolvere la crisi con Israele". Intervistato dall’emittente televisiva di Stato palestinese, Majdalani spiegava che "la proposta degli Usa sul processo di pace in Medio Oriente mira in realtà a eliminare la questione palestinese". Questo perché "l’obiettivo è quello di creare un’alleanza regionale in funzione anti-iraniana di cui deve far parte Israele”.

Jared Kushner e Mohammed Bin Salman

Il piano a cui fa riferimento il funzionario di Ramallah corrisponde - con tutta probabilità - ad un accordo di cui si vocifera da mesi e che avrebbe nel riconoscimento di Gerusalemme a Israele un suo punto cardine. L'accordo sarebbe stato pattuito dal principe saudita Mohammed Bin Salman e dal genero nonché consigliere di Donald Trump Jared Kushner, presente alla cerimonia di apertura della sede diplomatica statunitense nella città santa. In cambio della "cessione" di Gerusalemme allo Stato Ebraico, il ricco rampollo saudita si sarebbe impegnato a risolvere con un colpo di spugna il problema degli esuli palestinesi, pagando gli stati in cui risiedono per conceder loro la cittadinanza. Insomma, un fiume di dollari per smettere di essere palestinesi. Rinunciando a Gerusalemme, inoltre, la leadership palestinese si sarebbe accontentata di un'altra città- una specie di surrogato - per farne la capitale di un futuro stato palestinese. A tal proposito girava il nome della località di Abu Dis.

Qualora fosse reale, questo accordo implicherebbe una serie di limiti realizzativi. Per esempio è lecito chiedersi se i palestinesi nei paesi limitrofi accetterebbero di rinunciare al proprio retaggio culturale. E' lecito, inoltre, chiedersi come il piano intenda risolvere la questione degli insediamenti (illegali) dello Stato Ebraico in Cisgiordania. Soprattutto è lecito chiedersi come un simile accordo possa avvantaggiare - o comunque tenere in considerazione - la popolazione palestinese di Gaza, vero teatro del massacro di questi due giorni.

La strategia a lungo termine degli Usa, sin dai tempi dell'amministrazione Obama, è quella di promuovere un disimpegno sempre più rapido e marcato dallo scacchiere mediorientale. Per realizzare questo obiettivo, però, Washington ha bisogno compattare un fronte anti-iraniano regionale che comprenda Israele e Arabia Saudita. Se il piano Kushner-Bin Salman, ottimi amici tanto da scambiarsi un fiume di messaggini, fa parte del disegno, questo sembra il momento opportuno perché Trump scopra le carte, magari mostrando che anche per i palestinesi c'è qualcosa da guadagnare. La posizione degli Usa nella più annosa delle questioni geopolitiche, infatti, non è mai stata sbilanciata come in questo momento verso una sola delle parti, quella israeliana. Trump sta rischiando di far perdere agli Stati Uniti il loro storico ruolo di mediatore nel conflitto e i leader del mondo arabo-islamico glielo stanno dicendo in tutte le salse.

Se ha un piano, questo è il momento di farlo sapere. Sempre che si possa sapere.