Medio Oriente. No: Il fronte anti-Iran non si romperà per il Golan in Siria, nè per i palestinesi

Il riconoscimento da parte di Trump della sovranità israeliana sulle alture siriane del Golan, occupate dalla guerra del 1967, ha scatenato un turbinio di parole in libertà nel mondo arabo-islamico. Le ultime espressioni di condanna sono quelle del presidente iraniano Hassan Rohani, fortemente critico verso la decisione di Trump in favore dell'amico Bibi Netayahu e dello Stato Ebraico.

L'Iran chiama a raccolta la Umma islamica

La decisione Usa di riconoscere la sovranità di Israele sulle Alture del Golan "Sta calpestando il diritto internazionale" tuona il leader di Teheran. Gli iraniani "devono resistere" contro questa iniziativa. Gli fa eco, con una spinta retorica anche maggiore, il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif (dato per dimissionario fino a un mese fa). "L'annuncio illegale di Trump sul 'Golan siriano occupato' - scrive Zarif su Twitter - è un promemoria per i nostri fratelli arabi e musulmani. Gli Stati Uniti e Israele vi offriranno le loro strette di mano, ma per quanto voi possiate inchinarvi, continueranno a rubare le vostre terre".

 

Golan: condanne di circostanza, ma l'asse anti-Iran regge

Le condanne verbali di Teheran seguono a ruota quelle di altri leader della regione e non solo. Parole critiche sono arrivate nei giorni scorsi dal diplomatico saudita Osama Ben Ahmed Naqli (vicinissimo al rampollo di Riad, Mohammed Bin Salman). Da re Abdallah di Giordania fino all'Egitto di al-Sisi e alla Turchia di Erdogan. Tutti si sono espressi nelle solite e stantie condanne di circostanza contro l'operato statunitense. Esattamente come avvenne tra il 2017 e il 2018 con il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte di Washington.

Oggi come allora, però, difficilmente agli strali retorici seguiranno fatti significativi per gli equilibri del Medio Oriente. La nuova strategia americana nella regione, delineata dal segretario di Stato Usa Mike Pompeo negli ultimi mesi, ha un obiettivo ben preciso da colpire: l'Iran. Per raggiungere questo obiettivo, oltre ad operare una stretta sul regime sanzionatorio verso Teheran con l'uscita dal Nuke Deal, le feluche di Washington hanno fatto un lavoro certosino dietro le quinte per mettere gli alleati regionali - Turchia, sauditi e anche Israele - dalla stessa parte della barricata: contro l'Iran.

In questo contesto, l'avvicinamento tra Riad e Tel Aviv si è intensificato proprio durante l' affaire Gerusalemme, tanto che MBS - acronimo mediatico per il principe saudita Mohammed Bin Salman - è stato il primo leader arabo e islamico a riconoscere apertamente il diritto degli ebrei ad avere una propria terra.  Difficile pensare che il treno della distensione tra il regno arabo e lo Stato Ebraico si interrompa per le alture del Golan in Siria. Per quanto siano strategicamente rilevanti, infatti, Israele le controlla da mezzo secolo e il presidente siriano Bashar al-Assad, tanto per dire, aveva solo due anni quando Damasco ne perse il controllo.

Nessun risvolto

Insomma, il "regalo" di Trump all'amico Netanyahu - interpretato da molti come una spinta propagandistica in vista delle imminenti elezioni israeliane - rischia di non spostare di una virgola gli equilibri regionali. L'Iran, per dirlo con le parole di Pompeo, resta "la principale minaccia in Medio Oriente e affrontare la Repubblica islamica è la chiave per arrivare alla pace nell'intera regione". L'appello di Zarif, da consumato uomo politico, non a caso si rivolge non solo all'Iran ma all'intera Umma islamica, chiamata nella sua interezza a diffidare di Usa e Israele. Difficile, però, che alle parole seguano i fatti e che improvvisamente Turchia, Arabia Saudita e alleati si impicchino sull'altare del Golan.

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Tensioni a Gaza: possibile escalation

Ancora più improbabile un rivolgimento anti-Israele sulla scia degli ultimi accadimenti a Gaza. Da quando il 25 marzo scorso un missile proveniente dalla Striscia ha colpito la zona residenziale Sharon, a nord di Tel Aviv, il pericolo di escalation si è fatto sempre più concreto. L'IDF, dal canto suo, ha colpito diversi "obiettivi" di Hamas nella zona. Anche se alcuni osservatori avevano ipotizzato sulle prime una possibile responsabilità del Jihad Islamico (pro-Iran) nel lancio del primo razzo. Com'è noto, essendo questi i target inseriti nel cuore di aree densamente popolate, a farne le spese è la popolazione civile.

La situazione, nonostante il tentativo di mediazione da parte dell'Egitto, tenderà a surriscaldarsi con l'avvicinarsi dell'anniversario della "Grande marcia del ritorno". Una manifestazione iniziata il 30 marzo del 2018 nella Striscia a 70 anni dalla nascita dello Stato Ebraico. La repressione israeliana nel corso di un anno, stando ai numeri di Medici senza Frontiere, ha causato il ferimento di 6.500 palestinesi e morti nell'ordine delle centinaia (di cui 49 bambini, secondo Save The Children).

Pure sulla Palestina, solo retorica

Anche in questo contesto, i leader del mondo arabo-islamico - cui hanno fatto eco UE e ONU - si sono profusi in veementi condanne contro Israele e le fazioni palestinesi violente, ma senza risvolti pratici a riguardo. Anche in questo caso, come per il Golan, Gaza di certo non varrà la rottura del fronte anti-Iran. Sarebbe da sciocchi, inoltre, non capire che la causa palestinese ormai è poco più che un argomento usa e getta per i leader dell'area. Tutti, senza eccezioni, abbastanza restii all'idea di un confronto aperto con Israele.

Lo stato ebraico, dal canto suo, ha talmente polarizzato l'attenzione securitaria verso la minaccia iraniana da rendere praticamente invisibili, dal punto di vista mediatico, la repressione e l'occupazione a Gaza e in Cisgiordania.

Iran: sempre più isolato

In conclusione, è assai improbabile che l'Iran esca dal suo isolamento usando Golan e causa palestinese come grimaldello. Al contrario, il rischio è che l'Iran perda anche l'appoggio russo nel dossier siriano. Infatti, con la caduta di Baghouz dalla mani dell'Isis e con la permanenza di Assad ormai ben salda, l'alleanza temporanea tra Mosca e Teheran potrebbe iniziare a scricchiolare. Ne è convinto Michel Kilo, uno dei leader dell'opposizione siriana in esilio, che in un'intervista ha dichiarato: "Il conflitto russo-iraniano in Siria potrebbe esplodere più rapidamente di quanto i siriani si aspettino". Questo scenario sembra abbastanza verosimile. Tenendo presente che la permanenza iraniana in Siria è la massima preoccupazione di Israele e che il miglior amico di Tel Aviv, dopo o forse allo stesso livello di Trump, è il presidente russo Vladimir Putin.

Israele: elezioni imminenti

Occorre osservare, tra l'altro, che il successo della "spinta elettorale" fornita a Netanyahu dai dossier Gaza e Golan non è scontato come sembra. Il tema della "sicurezza" è centrale nella propaganda di Bibi, in una campagna elettorale dai toni assai sprezzanti. Ma questa volta a sfidare l'animale politico israeliano per la premiership sarà Benny Gantz, ex-generale a capo del nuovo partito Hosen L’Yisrael. Capo delle Forze armate dal 2011 al 2015, responsabile della durissima campagna contro Gaza del 2014, Gantz non ha nulla da invidiare come possibile "uomo della sicurezza" di fronte all'eterno leader del Likud Benyamin Netanyahu.

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