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La falce di Matteo Salvini: così il "Decreto Sicurezza" toglie il lavoro a centinaia di italiani

Il Decreto Sicurezza, noto anche come “decreto Salvini”, rischia di disperdere una bella fetta di posti di lavoro a coloro che operano nel settore dell’accoglienza. Si tratta di lavoratori – italiani – impegnati come psicologi, mediatori culturali, addetti alla pulizia, alla logistica e insegnanti di lingua italiana.

Secondo quanto stabilisce il decreto, infatti, solo i titolari della protezione internazionale avranno diritto ai servizi di “integrazione e inserimento”. Macro-categoria in cui rientrano alcuni dei servizi sopra elencati, che danno lavoro a centinaia di lavoratori italiani.

Si tratta di prestazioni pagate coi famosi 35 euro al giorno stanziati dallo Stato per ogni utente del sistema di accoglienza. Questo nonostante una nota bufala circolante in rete, secondo cui quei 35 euro andrebbero direttamente nelle tasche dei migranti.

Cosa cambia col Decreto Sicurezza

Con l’approvazione del decreto – passato ora al vaglio della Camera – questi servizi subiranno una violenta sforbiciata. Impattando direttamente gli introiti del personale italiano come psicologi, mediatori culturali e insegnanti di lingua italiana.

Questo per almeno due aspetti

  • Taglio ai 35 euro
  • Esclusione dei richiedenti asilo dai servizi di integrazione 

Da 35 a 19-26

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha presentato le nuove linee guida degli appalti per i servizi d’accoglienza. Che ridefiniscono l’intero sistema e tagliano le spese, portandole da una media di 35 euro a 19-26 euro a persona.

Prendiamo il caso dell’insegnamento della lingua italiana. “Il capitolato del bando della Prefettura di solito richiede almeno 12 ore settimanali di attività linguistica”. Spiega Valentina Berloco, assistente sociale specializzata in progettazione delle politiche di inclusione sociale.

Pertanto, le cooperative che gestiscono i centri di accoglienza si ritroveranno con meno fondi per reclutare insegnanti d’italiano da far lavorare nelle loro strutture. Arrivando, probabilmente, ad assumerne meno.

Ma la mannaia non calerebbe solo sui docenti di Italiano assunti per lavorare in loco.

In molti casi, cioè quando gli insegnanti non lavorano all’interno delle strutture stesse. Stranieri di età adulta inseriti nel circuito dell’accoglienza frequentano corsi di italiano nei CPIA (Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti).

“Un attestato A1, B2 – spiegano da un CPIA di Roma – si ottiene frequentando un corso del costo di 10 euro” che nel caso dei migranti provengono dai soliti 35 euro prossimi alla decurtazione. Ergo, meno soldi e meno assunzioni di docenti di italiano anche nei CPIA.

Niente integrazione per i richiedenti asilo

Il direttore del Dipartimento immigrazione e libertà civili del ministero, Gerarda Pantalone ha osservato all’ANSA: se da una parte vengono garantiti “tutti i servizi previsti dalle direttive europee per garantire la dignità della persona umana”. Dall’altra saltano “i servizi di integrazione e inserimento nel tessuto territoriale, perché questi vengono riservati ai titolari di protezione internazionale”. L’insegnamento dell’italiano rientra in quest’ultima categoria di servizi.

Per intenderci, i richiedenti asilo sono quei migranti che hanno chiesto ma non ancora ottenuto lo status di rifugiato. Basti pensare che le richieste di asilo in Italia, per il solo 2017, sono state 126 mila. Tutti migranti, uomini e donne, che non avranno più diritto ad imparare la lingua italiana e che, di conseguenza, renderanno inutile il reclutamento di insegnanti di italiano (italiani).

La falce di Salvini

Insomma, il Decreto è un’iniziativa controversa che cerca di garantire sicurezza agli italiani ma allo stesso tempo gli sottrae possibilità di lavoro nell’ambito dell’accoglienza. Da una parte falciando i 35 euro da cui vengono pagati tanti italiani che lavorano al servizio dell’integrazione. Dall’altra escludendo i richiedenti asilo dall’insegnamento dell’italiano, in barba ai docenti dei CPIA e a quelli che lavorano direttamente sul campo.

Nota a margine

Infine, un ultimo paradosso risiede nel fatto che la conoscenza della lingua – secondo il nuovo Decreto – rientrerà tra i requisiti fondamentali per ottenere la cittadinanza italiana. L’emendamento 14.7 del Decreto Sicurezza, infatti, chiarisce che uno straniero potrà avere la cittadinanza italiana solo se ha un’adeguata conoscenza della lingua italiana, “non inferiore al livello B1”. In altri termini, per i richiedenti asilo si rende obbligatorio –  e allo stesso tempo si nega – quello che rappresenta l’unico vero passe-partout per l’integrazione: la conoscenza della lingua italiana.

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