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Insegnanti bulli, il 20% degli alunni subisce violenze dai prof

Nell’anno scolastico 2016/17 due alunni su dieci dichiarano di essere stati trattati male, denigrati o insultati da una maestra o da un professore nel corso della loro carriera scolastica, e il 10% è stato addirittura costretto a cambiare scuola”. Ad affermarlo, intervistata da Ofcs.report, è la dottoressa Maura Manca, psicoterapeuta e presidente dell’Osservatorio nazionale adoleScienza.

Dottoressa Manca, un nuovo caso di violenza sui minori causato da una maestra finita ai domiciliari a Fiumicino. Ci troviamo di fronte a un’emergenza?

“Non ci troviamo di fronte a un’emergenza del momento, oggi si sta sfondando il muro dell’omertà e si trova piano piano il coraggio e la voglia di parlare. Ci sono più denunce, si dà finalmente più spazio nei giornali ed è per questo che sembra sia un problema che si sta diffondendo a macchia d’olio”.

Nell’inchiesta condotta da Ofcs Report abbiamo raccolto circa un caso al mese di episodi di violenza nelle scuole. Ma centinaia sono quelli che restano “invisibili”. L’Osservatorio nazionale adolescenza da anni monitora anche questi episodi. Voi che dati avete sul fenomeno delle maestre violente?

“Quando parliamo di violenza nelle scuole ci riferiamo a quei metodi chiamati ‘educativi’ violenti, atteggiamenti e comportamenti estremamente punitivi, fino alle vere e proprie aggressioni fisiche e verbali, per arrivare alle umiliazioni. La violenza subita dai bambini all’interno delle mura scolastiche è indubbiamente sottostimata. Sono minori che non hanno ancora acquisito le competenze linguistiche o non hanno mai parlato con nessuno o quando lo hanno fatto, il tutto è stato sottovalutato anche dai genitori e dalla scuola stessa. Nell’anno scolastico 2016/17, l’Osservatorio nazionale adoleScienza ha svolto un’indagine su un campione nazionale di 8.000 adolescenti dai 14 ai 19 anni e 2 su 10 dichiarano di essere stati trattati male, denigrati o insultati da una maestra o da un professore nel corso della loro carriera scolastica. Parliamo anche di violenze fisiche: il 7% è stato strattonato o picchiato da una maestra o da un professore e il 10% addirittura è stato costretto a dover cambiare scuola per colpa di questi soprusi”.

Per alcuni esperti il problema è spesso legato allo stress da lavoro correlato, una patologia che colpisce molte docenti anziane, prossime alla pensione. Cosa si può fare per prevenire questi gravissimi episodi?

“Il fatto che insegnare sia un lavoro molto impegnativo non giustifica nessun tipo di condotta violenta nei confronti di un minore. Se sono sottopagati, se lavorano troppo, se devono gestire bambini maleducati, la colpa non è dei minori, è una scelta lavorativa. Per questo, nella preparazione del personale, si deve curare l’aspetto formativo, non solo quello punitivo e di intervento. Per aspetto formativo intendo che siano preparati da un punto di vista emotivo e psicologico, non che applichino i propri metodi educativi autoritari e violenti, scaricando le proprie frustrazioni sugli altri, godendo troppe volte dell’omertà dei colleghi e della scuola stessa che non vuole perdere il suo buon nome e quindi iscritti. Nel momento in cui si tratta di un lavoro con un importante rischio di burn out, ossia di specifiche forme di stress legate al proprio lavoro, bisognerebbe creare degli spazi di sostegno e di supporto anche per gli educatori”.

Ogni volta che scoppia un caso si parla della violenza inaudita degli adulti, ma non ci si sofferma sui danni gravi che segnano la vita dei più piccoli. Può dirci quali conseguenze hanno questi episodi sui bambini?

“Queste forme di violenza segnano la psiche e lo sviluppo di questi bambini. Si può arrivare a sviluppare una perdita di fiducia negli altri, una paura di lasciarsi andare, di esprimersi in pubblico e del giudizio degli altri. Si può manifestare una remissività da un punto di vista caratteriale che spesso può portare a subire anche altri tipi di prevaricazioni, anche da parte dei compagni. Se i bambini presi di mira sono invece oppositivi e provocatori, spesso accumulano tanta rabbia e frustrazione che la possono scaricare in casa con i genitori o con eventuali fratelli o sorelle, fino anche ad arrivare a farsi del male da soli quando vengono puniti o sgridati. Questo tipo di aggressioni vanno ad intaccare profondamente l’autostima. Tante volte arrivano a perdere la fiducia nel corpo docente, si inibiscono e si chiudono per paura di essere ripresi davanti alla classe e sgridati perché purtroppo l’imprinting rimane e il corpo e la mente ricordano”.

A far riflettere è anche la paura di denunciare dei genitori e il silenzio del personale scolastico che sembra sempre cadere dalle nuvole. Esistono dei segnali di allarme che il bambino lancia alla famiglia? E come devono essere colti?

“Queste forme di violenza sono sottostimate perché i neonati e i bimbi piccoli non hanno ancora sviluppato le competenze linguistiche per riferire ciò che accade durante lo svolgimento delle attività scolastiche e quando sono più grandi, tendono a non parlare direttamente o lo fanno in maniera superficiale, con il rischio che il genitore non capisca la reale gravità della situazione. Tante volte i bambini subiscono in silenzio le angherie delle maestre e si portano dentro un calvario che dura anche anni, di cui i genitori sono spesso all’oscuro. È vero anche che il genitore non sempre ha gli strumenti per leggere questo tipo di reazioni e la maggior parte delle volte, i figli, utilizzano un canale comunicativo non verbale, come il linguaggio del corpo, attraverso tutta una serie di sintomi psicosomatici, come per esempio il mal di pancia, il mal di testa, il dormire male o fare “brutti sogni”. Cambiano le loro abitudini, anche minime, si ammalano più spesso o rifiutano la scuola. Si deve fare sempre molta attenzione soprattutto ai disegni e al gioco perché sono due canali espressivi, che soprattutto i bambini più piccoli usano per comunicare il disagio che hanno interiormente. Quando il figlio racconta in maniera diretta o indiretta di una violenza subita a scuola, bisogna innanzitutto rassicurarlo e dargli la certezza che il problema verrà risolto nel più breve tempo possibile. Quando un bambino si apre con il genitore e parla dei “brutti” comportamenti che ha la maestra nei suoi confronti, non si deve mai sottovalutare neanche una parola di quello che dice. È implicito che non ci si debba allarmare per tutto e che non si debba mai e poi mai agire di impulso, perché se il figlio sviluppa la paura delle reazioni eccessive di un genitore non parlerà più di ciò che gli accade. Per esempio, non bisogna mai assumere un tono inquisitorio del tipo “ti hanno fatto”, “ti hanno detto”, “la maestra così….” perché non parleranno e non si apriranno. Bisogna quindi chiedere le cose sotto forma di racconto e magari farsi fare degli esempi esplicativi”.

Visite periodiche psicoattitudinali e telecamere negli asili nido: sono queste le proposte da tempo messe in campo. Ma il Ministero e il corpo docente non ne vogliono sentir parlare. Lei cosa ne pensa e soprattutto che consiglio da alle famiglie?

“Le telecamere sono indubbiamente un buon deterrente che può indurre una diminuzione della violenza utilizzata come metodo “educativo”, però non sono la risoluzione al problema. Forse potrebbe aiutare la videocamera nei luoghi in cui ci sono i più piccoli, che non sono ancora in grado di parlare o comunque di essere efficaci nelle loro comunicazioni. Serve però fare delle selezioni accurate sul personale che andrà a lavorare con i bambini, effettuato da professionisti competenti, non solo per valutare gli aspetti formativi, ma soprattutto quelli psicologici, andando a indagare sull’integrità psichica, la struttura di personalità, la motivazione e le attitudini sociali e relazionali. Tra i vari criteri di selezione bisogna valutare gli aspetti motivazionali e la competenza umana ed etica. Purtroppo, nel nostro Paese, si dà troppa importanza agli aspetti formativi e non al resto ed ecco i risultati. La cosa più importante, è che ci sia un controllo più frequente e che le valutazioni vengano effettuate ciclicamente, non un’unica volta nella fase iniziale, perché le condizioni di vita di ciascuno di noi cambiano, per esempio le persone possono aver subito perdite, separazioni, particolari stress, traumi emotivi e quindi destabilizzarsi e non essere più affidabili. Quindi, anche coloro che prima risultavano idonei all’insegnamento, potrebbero non esserlo più”.

Fonte OFCS.REPORT