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Testata giornalistica - Registrazione Tribunale di Napoli 19/2017

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IN LIBIA, AMBASCIATOR PORTA PENA

Il maresciallo della Libia, Khalifa Haftar, avrebbe fatto pressione, su richiesta francese, affinché il ministro degli Esteri Moavero Milanesi rimuovesse l'ambasciatore italiano Giuseppe Perrone dalla sede diplomatica di Tripoli. Questo è quanto riportano media locali libici come il sito informativo "Arabi21", che cita un deputato libico vicino all'uomo forte della Cirenaica Haftar.

L'accordo

Haftar, si apprende, avrebbe chiesto il ritiro dell'ambasciatore italiano direttamente al ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, Enzo Moavero Milanesi, durante la visita di quest'ultimo a Bengasi. Secondo la fonte, Parigi considera il diplomatico italiano un ostacolo al piano di indire elezioni presidenziali e parlamentari in Libia entro la fine dell'anno.

Piano che, però, è stato già bocciato in toto dalle Nazioni Unite nella serata di ieri. Il Consiglio di Sicurezza Onu, infatti, ha esteso il mandato della missione in Libia (Unsmil) per un anno, fino al 15 settembre 2019, ma non ha approvato la data per le elezioni del 10 dicembre, indicata durante il summit di Parigi voluto da Macron. Il Consiglio chiede elezioni "il prima possibile purché siano presenti le necessarie condizioni di sicurezza, tecniche, legislative e politiche". Condizioni che, alla luce della recrudescenza degli scontri a Tripoli, sembrerebbero assolutamente assenti.

Il pomo della discordia tra Perrone e il generale libico Haftar sarebbe un'intervista rilasciata dal diplomatico italiano ai microfoni di una Tv locale, dopo la quale l'uomo forte di Bengasi ha definito Perrone "persona non grata". Più volte l'ambasciatore italiano aveva espresso il suo diniego verso il programma a guida Macron per fissare elezioni premature in Libia, e questo farebbe di lui il bersaglio perfetto per Parigi e il suo alleato locale Haftar.

L'Italia cosa ottiene in cambio?

Quello che da molti è stato già definito l'affaire Perrone rientrerebbe nei recenti tentativi di riavvicinamento da parte di Roma all'uomo di Bengasi Haftar, dopo aver privilegiato per mesi - o per anni - la linea di dialogo con l'altro coprotagonista della scena libica, Fayyez al-Serraj. In questo contesto si inseriscono le processioni dei membri dell'esecutivo gialloverde alla corte del dittatore egiziano Abdelfattah al-Sisi, alleato regionale numero uno di Haftar. Salvini, Moavero Milanesi, Di Maio. Tutti sono andati al Cairo a rinsaldare l'amicizia italo-egiziana, con buona pace di Giulio Regeni, e a cercare sponde per tornare ai piedi di Haftar.

L'idea di base è semplice. La conferenza sulla Libia di novembre, organizzata dall'Italia in risposta (e in concorrenza) al vertice di Parigi di metà anno, sarebbe un disastro clamoroso senza la presenza di Haftar. Quindi, in sintesi, se le voci fossero vere e confermate, il governo italiano avrebbe offerto ad Haftar la testa di Perrone,  tornato in Italia per "motivi di sicurezza" , in cambio di un rinnovato idillio con Bengasi.

La posta in palio in Libia

Sulla Libia, Parigi e Roma si giocano tutto. In palio ci sono giacimenti di gas e petrolio da sfruttare, ma anche -dettaglio spesso trascurato - appalti e progetti di ricostruzione per un Paese devastato dalla guerra. In realtà, nessuno dei due concorrenti probabilmente ha in mano la carta giusta per vincere la partita. Puntare caparbiamente solo su Serraj o solo su Haftar non basta. E' necessario anche riconsiderare il ruolo delle milizie, per una soluzione "gattopardiana" che restituisca il monopolio della violenza ad uno stato centrale forte.