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"Grossa coalizione" alla tedesca: ecco perchè in Italia non può funzionare

Da quasi tre giorni ormai risuona con insistenza nelle stanze della politica il mantra del "Contratto di governo alla tedesca". Quella che in Germania è passata alla storia come "Große Koalition" è uno schema in linea di massima praticabile anche in Italia per la formazione di un nuovo esecutivo. Tuttavia, alcune premesse lo rendono assai difficile da mettere in campo nel panorama politico italiano, specialmente alla luce del primo round di consultazioni conclusosi ieri al Quirinale. Il leader politico del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio ha rilanciato l'idea del "contratto alla tedesca" nelle sue dichiarazioni al termine dei colloqui con il presidente Sergio Mattarella. Lo stesso Capo dello Stato, dal canto suo, ha sottolineato che  bisogna discutere certamente sui temi, ma servono innanzitutto alleanze politiche. "Nessun partito e nessuno schieramento politico dispone da solo dei voti necessari per formare un governo e sostenerlo" ha chiosato il presidente della Repubblica.

Ecco spiegato in quattro punti come mai il modello tedesco farà molta difficoltà a trionfare in Italia.

Innanzitutto, un ipotetico "contratto di governo" non può essere messo in campo se non dopo la chiara definizione di chi sarebbe l'alleato. Dunque, la prima fase non può che essere quella della trattativa tra le forze politiche coinvolte. Ai tempi delle consultazioni in Germania, ad esempio, il contratto di governo è stato soltanto l'ultimo step, successivo ai negoziati - falliti - tra CDU (Unione Cristiano-Democratica capeggiata da Angela Merkel), FDP (Partito Liberal-Democratico) e Verdi. Poi, in seconda battuta, hanno preso il via i dialoghi tra CDU e SPD (Partito Social Democratico guidato da Martin Schulz). Le operazioni hanno richiesto, in tutto, 6 mesi di attività. Mentre in Germania tutte le forze politiche "minori" hanno espresso sin da subito la propria disponibilità a dialogare per la formazione dell'esecutivo col partito maggioritario - la CDU col suo 32,9 % dei consensi - in Italia il leader del primo partito, il Movimento 5 Stelle, ha dichiarato a chiare lettere di ritenere sia Lega che PD  possibili interlocutori con cui intavolare trattative per il nuovo governo. Di Maio, però, ha ottenuto dal PD la solita risposta: "Noi stiamo all'opposizione", minando alla base la prima condizione che la "logica tedesca" esigerebbe. 

In secondo luogo, il contratto è di per sé una chiara forma di compromesso, per cui nello scambio tra prestazione e controprestazione, la prima delle due parti cede su un fronte e la seconda cede su un altro. E' legittimo domandarsi, specialmente in ambiti scivolosi come l'assegnazione dei ministeri, se esista questa propensione al compromesso da parte dei contraenti.  Se non c'è, non c'è contratto, bensì un atto unilaterale.

Terzo. La parte contraente maggioritaria può decidere legittimamente chi sono gli interlocutori, ma una volta che lo ha deciso, non può imporre alla controparte le figure (fisiche) con cui ha intenzione di discutere. In altri termini,  "sì col PD ma solo senza Renzi" è una contraddizione in termini, un vero e proprio veto che impone l'impossibilità di parlare col comparto dem tout court. A prescindere dall'idea che si possa avere di Renzi, da cui già una parte del centro-sinistra ha cercato di smarcarsi dando vita al progetto "Liberi e Uguali", ipotizzare di interloquire con un partito a patto che il suo principale esponente degli ultimi anni sia fuori dai giochi, sembra, ancora una volta, un vero e proprio veto che esula dalla logica del confronto politico. A titolo di esempio, per tornare al "contratto tedesco", sarebbe come se la Merkel avesse dichiarato la propria disponibilità ad interloquire con la SPD, a patto che non fosse Martin Schulz a rappresentarla in sede di negoziato. Al di là di questo, poi, ogni forza politica sceglie di dialogare con qualsiasi altra formazione ritenga necessaria, ma chi siano le persone fisiche che parleranno a nome del partito, lo decide il partito stesso. 

Quarto ed ultimo punto. Parlare di "contratto di governo alla tedesca" continuando una crociata ideologica contro i cosiddetti "inciuci" porta inevitabilmente in un cul de sac. I patti di governo, infatti, si fanno anche sulle postazioni dell'esecutivo e specialmente sui ministeri (si veda il punto due). Un accordo sui temi prevede di fatto anche un accordo sulle figure apicali che faranno parte del governo. In altre parole, è necessaria una concertazione su quelle che nel gergo web vengono chiamate "poltrone". Nel caso tedesco, la CDU di Angela Merkel, pur mantenendo il cancellierato, ha concesso alla SPD ministeri nevralgici per la vita del Paese come quello delle Finanze, degli Affari esteri e del Lavoro e Protezione sociale. La domanda che sorge spontanea in Italia è: una volta instaurato un dialogo, esistono le condizioni per una condivisione di questo tipo a livello ministeriale? Se la risposta è no, osserva lo studioso di geopolitica Vincenzo Piglionica, "il patto di governo alla tedesca sarà l'ennesima formula di cui ci saremo fugacemente innamorati - come spesso accade nella politica italiana - e che provvederemo a cestinare in poche settimane".