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EFFETTO PALERMO. L'Italia si infila nello scontro tra sunniti e sunniti, in Libia si torna a combattere

EFFETTO PALERMO. L'Italia si infila nello scontro tra sunniti e sunniti, in Libia si torna a combattere

Si è temuto il peggio, quando nelle ore successive alla conclusione della conferenza di Palermo, le armi sono tornate a farsi sentire nella capitale libica.

Scontri e parti in campo

Nel pomeriggio di oggi, però, la situazione è tornata relativamente calma a sud della capitale nell'ovest libico. Dopo che ieri violenti scontri erano esplosi intorno alla zona dell'ex aeroporto internazionale. Protagonisti dei combattimenti, gli uomini della Settima brigata di Tarhouna (città a 65 chilometri da Tripoli). La stessa milizia che a fine agosto-inizio settembre minacciava di prendere manu militari il controllo della capitale libica.

Dall'altra parte della barricata, la milizia denominata Ghnewa, capeggiata da Abdul-Ghani Al-Kikli,  e la "Brigata dei rivoluzionari di Tripoli", guidata da Haytham al-Tajouri. Un vero e proprio ras della capitale libica. Questi due gruppi armati, di cui il secondo vanta mezzi militari d'eccellenza, fanno parte del cartello di milizie che sostengono - o tengono in ostaggio, a seconda di come si voglia analizzare la cosa - il governo di Tripoli guidato da Fayyez al-Serraj. L'uomo di fiducia dell'Onu, nonché partner principale dell'Italia. Voci contrastanti sostengono che anche la brigata di Salah Badi, uno dei principali gruppi armati di Misurata, abbia affiancato gli uomini della Settima.

Un equilibrio precario

La violenza riesplosa nell'ovest libico permette di capire in quale ginepraio si sia cacciata la politica estera italiana, specialmente all'indomani della conferenza di Palermo. A livello regionale, ma anche internazionale.

La recrudescenza degli scontri, infatti, è l'ennesima prova - qualora ce ne fosse bisogno - di quanto sia fragile l'equilibrio di potere tra le milizie della Tripolitania su cui si basa l'autorità del governo di al-Serraj. Il "cavallo" su cui l'Onu - e la road map uscita dal summit di Palermo - hanno puntato tutto.

Il mosaico della Libia. Cartina di Laura Canali per Limes-Rivista italiana di geopolitica

Sunniti vs sunniti

Non solo. L'iniziativa italiana si inserisce in uno dei conflitti meno noti del Medio Oriente e del Nord Africa, se non tra gli addetti ai lavori. Si tratta della sfida egemonica locale non tra sunniti e sciiti, bensì all'interno stesso del mondo sunnita. Da una parte ci sono il Qatar e la Turchia, il cui vettore dell'agenda egemonica è la Fratellanza Musulmana. Dall'altra gli stati arabi più o meno autoritari che vanno dall'Egitto di al-Sisi, alla Cirenaica di Haftar fino all'Arabia Saudita con i diffidenti alleati emiratini.

Per intenderci. Quando nel 2011 in Egitto è crollato dopo trent'anni il regime di Hosni Mubarak, è stato eletto presidente l'esponente della Fratellanza Mohammed Morsi. Considerato non a caso"l'uomo di Erdogan" - e del Qatar - nel quadrante nordafricano. Il colpo di stato che nel 2013 ha portato al potere l'attuale presidente Abdelfattah al-Sisi ha reinserito l'Egitto in un fronte anti-turco e anti-qatariota. Con grande disappunto di Doha e Ankara.

Lo scontro tra i due blocchi sunniti è così dirompente che una delle parti in causa - quella anti-Turchia e anti-Qatar - non disdegna neppure di dialogare persino col diavolo sciita. E' di qualche giorno fa, ad esempio, la notizia che gli Emirati Arabi stanno cercando di ricostruire linee diplomatiche col regime di Assad in Siria, alleato di ferro dell'Iran sciita e khomeinista assieme all'Hezbollah libanese.

La Libia, per quanto lontana geograficamente, è un teatro che non resta immune al confronto inter-sunnita. L'Italia gialloverde, tramite l'azione dei suoi colonnelli, è entrata a gamba tesa in questi difficili equilibri.

Come?

Il viaggio di Matteo Salvini in Qatar, con tanto di sdoganamento dell'emirato che prima considerava fucina di terroristi, avrà sicuramente trovato poco gradimento nel generale libico Haftar, un vero e proprio cavaliere dell'apocalisse nei confronti della Fratellanza Musulmana e dell'influenza turco-qatariota nell'area. L'approdo all'ultimo momento del feldmaresciallo di Bengasi a Palermo - arrivato probabilmente su incoraggiamento dell'alleato al-Sisi - potrebbe essere interpretato come segno manifesto del suo disappunto per la sortita del capitano leghista a Doha.

Alla fine Haftar si è presentato a Palermo - senza partecipare alla plenaria né alla cena di lavoro - provocando però lo scontento di altri attori seduti al tavolo di Villa Igiea. Neanche a dirlo, Qatar e Turchia. Tanto che la delegazione di Ankara ha lasciato il summit in anticipo "con grande disappunto", anche per essere stata esclusa dal mini-vertice a porte chiuse tra Serraj, Haftar, Conte e Medvedev.

L'eco in Libia

Poche ore dopo, e qui torniamo agli scontri, i gruppi armati libici più vicini al fronte turco-qatariota hanno rotto gli indugi convergendo su Tripoli e minacciando la tenuta del governo di al-Serraj. Il misuratino Salah Badi, infatti, è considerato vicinissimo alla Turchia, rimasta col dente avvelenato per come si sono svolte le cose a Palermo.

Non a caso, un diplomatico arabo ha osservato a La Repubblica che  "anche dopo l’incontro di maggio in Francia fra Haftar e Serraj ci furono degli scontri militari a Tripoli " questo perché "gli esclusi o gli scontenti segnalano in questo modo la loro insoddisfazione”.

In altri termini, con le milizie libiche - specialmente quelle dell'Ovest - come la fai la sbagli, e qualsiasi tavolo negoziale, per quanto inclusivo, rischia di lasciare scontento qualcuno. Minando il già precario equilibrio dell'esecutivo onusiano di al-Serraj.

Uno scontro a tutto campo

Nel conflitto inter-sunnita non è in gioco solo l'egemonia politico-culturale dell'area Mena (Middle East and North Africa), ma anche grossi interessi economici ed energetici. Turchia e Qatar, infatti, sono attori essenziali nel mercato energetico del gas, grazie ai giacimenti off-shore nell Golfo Persico e nel Mediterraneo orientale (questi ultimi ancora in fase di esplorazione).

Secondo le ultime pubblicazioni del docente greco Elias Conophagos, in Libia sono stati trovati due giacimenti, al confine fra le ZEE (zone economiche esclusive) di Libia e Grecia. Due colossi tali da far impallidire il mega-giacimento egiziano di Zohr, già in concessione all'Eni, e da rompere le uova nel paniere a Turchia e Qatar (attualmente terzo produttore al mondo dietro Russia e Iran). Lo sviluppo dei due giacimenti libici, magari a guida italiana, potrebbe persino rendere meno importante la Tap per cui tanto sta pagando - in termini di popolarità - il governo italiano.

Insomma, non serve sottolinearlo, le altre sponde del mare nostrum sono un vero e proprio ginepraio dal punto di vista politico. Gestire dossier delicati come quello libico senza intaccare traballanti equilibri di forza regionali e internazionali è operazione assai complessa.