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Dall'accordo nella notte allo strappo. La lunga giornata di Salvini e Di Maio

L'accordo per la nascita del governo giallo-verde domenica notte era a portata di mano: Di Maio e Salvini avevano trovato l'intesa sul premier terzo. Giulio Sapelli, prof di area leghista, aveva avuto il via libera. L'intesa sembrava fatta. Ma poi col passare dell'ore, l'ipotesi è sfumata. Di Maio brucia il nome leghista, prima delle consultazioni al Quirinale, scatenando l'ira dei leghisti. Il capo politico non rinuncia all'ambizione di sbarcare a Palazzo Chigi e gioca una partita nella partita. La Lega è nell'angolo: bruciata l'alleanza con Forza Italia e Fratelli di Italia, si trova costretta ad accettare le condizioni del M5S. Alle 16 cominciano le consultazioni al Colle: Mattarella attende il nome del premier. Nome che non c'è. Nel frattempo, Giorgia Meloni riunisce la direzione nazionale di Fdi, confermando la linea dell'opposizione: no a un esecutivo a guidata grillina. Partono le consultazioni. Di Maio si mostra ottimista e, al termine del colloquio con Mattarella, vede l'accordo ancora a portata di mano. Due ore dopo, esce Salvini: la posizione è completamente opposta. Parole che certificano lo strappo. Ci sono differenze su tre temi: sicurezza, europa e immigrazione. Salvini frena sull'accordo, riaprendo la finestra del voto anticipato. E soprattutto la prospettiva di ricomporre l'alleanza con Meloni e Berlusconi. Nel frattempo, sabato e domenica la Lega chiamerà gli iscritti al voto sul contratto di governo. Poi toccherà ai militanti del M5S. C'è la sensazione che sia l'estrema mossa per scaricare le responsabilità e tirarsi fuori.