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"Cucù, la guerra mondiale non c'è più":
Washington conferma ritiro Usa dalla Siria

di Francesco Petronella

Come preannunciato dalla fitta rete di contatti tra i vertici russi e statunitensi, l'operazione militare americana in risposta al "presunto" attacco chimico di Douma, in Siria, si è risolta in un lancio missilistico chirurgico che ha fatto decisamente meno vittime di quelle che ci si aspettava. Il terzo conflitto mondiale, ventilato da chi vedeva nell'iniziativa franco-britannico-americana l'ennesimo "tentativo Occidentale di destabilizzare il Paese" - tutt'altro che stabile, a bene vedere - non è assolutamente deflagrato.

A tenere banco, invece, dopo un weekend denso di allarmismo e retorica pacifista, è una sorta di malinteso sorto tra il presidente francese, Emmanuel Macron, e il suo omologo statunitense, Donald Trump. Il leader Usa, infatti, "nega" quanto affermato da Macron, che ieri ha detto di averlo "convinto" a mantenere le sue truppe in Siria. "Vi rassicuro, l'abbiamo convinto a restare" ha dichiarato Macron in diretta durante un'intervista televisiva. "La missione degli Stati Uniti non è cambiata - ha replicato la portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders - il presidente è stato chiaro sul fatto di voler far rientrare a casa le forze americane il più presto possibile" . I due leader "faticano a capirsi", commenta il quotidiano francese Le Figaro.

Quello che è successo nelle ultime ore, con il Tycoon che ha gridato alla "missione compiuta", probabilmente non è andato giù al capo dell'Eliseo. Il giovane presidente francese, probabilmente, sperava di cogliere l'occasione fornitagli dall'attacco missilistico congiunto per mettere definitivamente una bandiera francese in territorio siriano, magari accanto a quella a stelle e strisce. Donald Trump, invece, ha confermato senza remore che la politica a lungo termine della Casa Bianca prevede un progressivo disimpegno americano in questo quadrante e in Siria, una volta eradicata la minaccia jihadista dell'Isis.

Nonostante l'attacco abbia fatto danni esclusivamente ad obiettivi militari, senza innescare alcuna invasione manu militari o il maxi- conflitto Russia-Usa previsto da alcuni, le manifestazioni di solidarietà verso la Siria - o per meglio dire verso il regime di Bashar al-Asad - hanno ottenuto un seguito davvero trasversale nel panorama politico internazionale e nostrano. Basti pensare all'inedita convergenza d'opinione manifestatasi tra il leader leghista Matteo Salvini ed il vignettista, oggettivamente schierato a sinistra, Vauro Senesi. Mentre il primo ha rievocato il fantasma dell'invasione americana del 2003 in Iraq, il secondo gli ha dato pienamente ragione rilanciando il suo tweet sui suoi social.

Insomma, il cosiddetto "antimperialismo", che fa coppia con una smaccata simpatia per il dittatore Assad, sembra mettere d'accordo proprio tutti. Se da una parte ottimi analisti come Lorenzo Declich si sono impegnati a cercare di capire come mai (qui), dall'altra è facile capire che tali moti di "solidarietà" poggino su requisiti alquanto dubbi, per non dire farlocchi. Ad esempio, il paragone tra la guerra in Iraq del 2003 e quella in Siria, entrata nell'ottavo anno di durata, rappresenta la vittoria del ragionamento analogico - più semplice - su quello analitico - decisamente più complesso. E' facile dimostrare come le differenze tra i due scenari siano molto più marcate rispetto alle analogie.

Innanzitutto la dinamica dell'attacco è assai differente. Gli americani, è bene ricordarlo, sono già in Siria con la coalizione internazionale a guida statunitense in funzione anti-Isis, che ha nelle Forze Democratiche Siriane curdo-arabe (Sdf) la propria forza di terra. Quindi, affermare che l'attacco di sabato scorso poteva inaugurare un'invasione su larga scala come quella dell'Iraq nel 2003 è un errore piuttosto grossolano.

In secundis, venendo al tanto discusso utilizzo di armi chimiche contro i civili, la situazione è diametralmente opposta rispetto a quella dell'Iraq di Saddam Hussein. Infatti, se nel 2003  l’allora segretario di Stato degli USA Colin Powell tenne un discorso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, mostrando la famigerata boccetta di materiale chimico per convincere l'Onu della necessità di un intervento americano in Iraq, in Siria sono proprio le Nazioni Unite ad avere le prove dei precedenti attacchi chimici, perpetrati in gran parte dal regime di Damasco. Indagini indipendenti da parte delle commissioni Onu preposte a questo compito, hanno  già dimostrato - e in molti sembrano averlo dimenticato - che fu un attacco chimico quello del 2013 nella Ghouta Orientale, così come lo fu quello a Khan Sheikhoun nel 2017. Insomma, le Nazioni Unite sanno già tutto e l'opinione pubblica mondiale, se avesse buona memoria, non avrebbe bisogno di essere convinta proprio di nulla.

Per quanto concerne l'attacco di Douma del 7 aprile scorso, in attesa che un'indagine delle Nazioni Unite come le precedenti venga messa in campo, le analisi di laboratorio fatte questa settimana sui campioni biologici - sangue e orine - fatti arrivare in Giordania, hanno già trovato tracce di agenti chimici nei soggetti esaminati.  Inoltre, chi ha una basilare conoscenza del contesto strategico e militare della zona, sa perfettamente che a Ghouta gli unici aerei a bombardare sono russi e siriani, e che le immagini satellitari e le intercettazioni hanno non solo individuato l'elicottero siriano che ha sganciato la bomba ma ne hanno anche mappato il volo. Non si può sottolineare con sufficiente enfasi quanto chi dibatte sulle armi chimiche abbia davvero la memoria corta, poiché quella sugli agenti chimici utilizzati contro i civili è una discussione ridondante e grottesca. Specialmente se si considera che questo tipo di strumenti bellici cagionano la morte di una risibile minoranza delle vittime, rispetto alle armi cosiddette "convenzionali".

Insomma, quelli che gridavano alla "messa in scena" ordita dagli americani per creare un "nuovo Iraq" sono stati smentiti dai fatti come anche dagli antecedenti storici. Il presidente Trump, non solo ha portato a casa la dimostrazione di forza che si era prefissato senza scontrarsi frontalmente con la Russia di Vladimir Putin, informata dei fatti e immune da qualsiasi danno per l'attacco, ma ha anche confermato che l'intenzione di Washington continua ad essere quella di fare i bagagli per concentrare le forze in quadranti geopolitici molto più caldi in questa fase: Corea Del Nord, Cina e confine con il Messico. Senza contare che è riuscito a distrarre per un po' l'opinione pubblica americana dalle grosse beghe che affliggono la sua amministrazione sul fronte interno.

La terza guerra mondiale, insomma, alla fine non è esplosa, mentre quella regionale e internazionale in Siria continua imperterrita da ormai 7 anni, con mezzo milione di morti lasciati lungo il tragitto, in gran parte dal regime e dai suoi alleati.

 

 

 

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