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Bruxelles: la Nato si rafforza ma Trump e Merkel se le suonano

di Francesco Petronella

Prima del secondo giorno del vertice della Nato in programma a Bruxelles, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha difeso l'indipendenza politica della Germania. "Facciamo la nostra politica e prendiamo decisioni indipendenti", ha detto Merkel all'arrivo nel quartier generale della Nato, rispondendo indirettamente alla critica del presidente degli Stati Uniti Trump, che aveva accusato la Germania di essere "prigioniera" della Russia.

Quella che esce dal primo giorno del vertice di Bruxelles è una Nato senza dubbio rafforzata, almeno sul piano operativo. Lo dimostra, tra le misure sul tavolo del summit, la cosiddetta "Readiness initiative", cioè la messa a disposizione, entro il 2020, di 30 battaglioni meccanizzati, 30 gruppi aerei e 30 navi da guerra in grado di essere operativi in 30 giorni. Una iniziativa in grado di rendere pronte e rapide le operazioni dell'Alleanza Atlantica nei vari quadranti geopolitici in cui è impegnata. Ad esempio l'Afghanistan, dove la Nato si impegna a rinnovare il proprio sforzo di peace-keeping.

Tuttavia, come rileva il Generale Vincenzo Camporini in un'intervista a Formiche, i contrasti si manifestano su un piano diverso da quello tecnico-operativo, e cioè tra i leader politici dell'Alleanza Atlantica. La risposta di Angela Merkel agli strali di Trump è una dimostrazione in tal senso.

Ripartiamo dall'inizio. Al netto delle suggestioni di chi guarda a Mosca come possibile riferimento politico principale, Washington non rinuncerà mai alla Nato (e viceversa). Il presidente Trump, dal buon uomo d'affari, non ama particolarmente avere a che fare con organismi multilaterali, preferendo interloquire con un partner alla volta in modo da essere sempre - o quasi - il giocatore con piu fiches sul tavolo. La sua "fuga" dal G7 in Canada è stata un esempio lapalissiano di questa attitudine. L'Alleanza Atlantica, però, non è solo un necessario strumento di egemonia strategica, ma anche di controllo sui paesi membri. Un controllo finalizzato a evitare che uno qualsiasi degli stati Nato possa assurgere al ruolo di egemone dell'alleanza sul fronte europeo, naturalmente. In questo momento storico -con una Gran Bretagna in uscita dall'Ue a suon di lividi ed emorragie di governo e con una Francia incapace di fare la voce grossa in politica estera, come invece vorrebbe Macron - l'unico paese in grado di assurgere a questo ruolo di egemone è la Germania di Angela Merkel (che pure non è al massimo della forma).

Solo in questo modo, considerando il peso specifico della "locomotiva d'Europa", si capiscono gli strali di Trump contro Berlino e le risposte piccate della Merkel. Il deficit commerciale americano è un chiodo fisso per Trump, che con l'imposizione dei dazi ha colpito in primis Cina e Germania (appunto). Le dichiarazioni in cui Trump lamentava che in America ci fossero troppe auto tedesche mentre in Germania era impossibile trovare auto americane hanno ormai fatto la storia. Ma non è solo una questione di automobili. La Germania, infatti, è il principale partner di importazione per praticamente tutta l'Europa, un mercato che Trump può solo sognare.

Gli stati europei col colore del primo paese di importazione

Insomma, Trump non vuole una Germania egemone politicamente, oltre che economicamente. Per questo gioca al rialzo accusando Berlino di essere succube di Mosca per la dipendenza dal gas russo - trasportato tramite il gasdotto North Stream 2 - e di non spendere abbastanza per la difesa. Non solo. Il Tycoon è arrivato addirittura a chiedere ai paesi Nato di portare la spesa per la difesa al 4% del PIL anziché al 2%. Una cifra sconsiderata che serve solo a mettere ulteriore pressione addosso ai partner, Berlino in primis.

Infine, ma non meno importante, la partita di Trump a Bruxelles serve anche da spot elettorale per la politica interna americana. Battere i pugni sul tavolo della Nato è un modo per ribadire lo slogan dell'"America First", mostrando agli elettori americani che il loro presidente bacchetta gli alleati che si "approfittano" della benevolenza di Washington senza fare la propria parte. Il messaggio è diretto alla cosiddetta "america profonda" dove la fascia di cittadini statunitensi sotto la soglia di povertà (40 milioni di persone) va aumentando in maniera preoccupante. Come a dire "la Nato ci serve, ma non dobbiamo essere i soli a pagare il conto".

E' tutta una questione di comunicazione e di percezione politica, con cui le decisioni operative hanno ben poco a che fare. Trump lo sa perfettamente, e la storia americana non ha fatto che insegnarglielo.

Con la crisi dei missili di Cuba del 1962, ad esempio, l'America ha ottenuto il ritiro dei sovietici dall'isola caraibica in cambio dell'impegno a ritirare le basi Nato dalla Turchia. Questa contropartita, però, è stata concessa a patto che i russi non ne divulgassero la notizia. Risultato? La storia ha finito per ricordare la risoluzione della crisi come una vittoria di Kennedy, e non come il successo di Kruscev nel far rimuovere i missili americani dal ventre molle dell'Unione Sovietica. Questione di comunicazione, appunto.