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Testata giornalistica - Registrazione Tribunale di Napoli 19/2017

Attualità del pensiero politico di Moro. L’educazione alla libertà

di Alfonso Principe

Aldo Moro, il teorico del dubbio, l’uomo che della moderazione e del confronto aveva fatto una teoria politica, un Amleto prestato alla politica, si è scritto di Lui.

Nella sua straordinaria esperienza politica istituzionale iniziata con l’Assemblea Costituente del ‘43, Moro aveva ispirato una formula per sostenere il sistema politico italiano negli anni più difficili della tenuta democratica dello stato: la democrazia quale moderazione, quale esercizio della tolleranza, dove la tolleranza per i laici era il fondamento democratico, per i credenti era la prova della misericordia e della carità. Nell’occasione del quarantennale della sua tragica scomparsa, non credo che sia stata una circostanza se in tante parti nel Paese, e in maniera tanto diffusasi è tornato a parlare e a scrivere di Moro per ricordare il protagonista più intelligente della vicenda democratica italiana.

Moro fu ucciso 40 anni fa dalla Brigate Rosse, anche se la vicenda presenta ancora aspetti da accertare, questo è un fatto e penso che ci si debba liberare da ulteriori interrogativi inquietanti che sovente tornano sui giornali e nel dibattito pubblico , lo scrivo nel timore che il desiderio di accertare qualcosa di inaccertabile,possa cancellare il patrimonio politico e umano e modificare le precise responsabilità storiche. Moro fu ammazzato non solo perché era il Presidente della Democrazia Cristiana,ma soprattutto per il ruolo che aveva assunto nelle diverse fasi della storia politica italiana dal dopoguerra alla fine degli anni ’70. La conoscenza del pensiero e delle condizioni in cui Aldo Moro ha operato ai più oggi sfuggono. Ricordare Moro non vuole essere una operazione di nostalgia,mal’approfondimento di un metodo di agire politico, di conoscenza del suo operato per la salvaguardia delle libertà e dei diritti dell’intero Paese. Moro era uomo di governo, perché voleva governare gli eventi politici,ma non era gestore di piccole cose, scriverà a proposito della predisposizione del programma politico che esso non era indifferente alle cose da fare:-i programmi politici non fanno riferimento alla piccola gestione, non sono l’elenco arido delle cose da fare, ma sono volti a garantire il miglioramento delle condizioni di vita delle persone.

Moro era il protagonista della vita politica, ma mai si identificava con l’esperienza storica che viveva, sapeva che Il potere non doveva manifestarsi nella struttura burocratica e tecnocratica dello Stato, ma trovare continuamente nuova linfa nella cultura e nella realtà sociale, avvertiva le condizioni delle complessità della società e percepiva il manifestarsi dei cambiamenti e le trasformazioni generali. Nell ’analisi sulle trasformazioni del Paese, osservava sorgere nuovi diritti, e profetizzava che: -Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere - la frase, ormai storica, irrompe ancora oggi in uno scenario dove le ombre della corruzione, dell'illegalità, della irresponsabilità sembrano non dissolversi mai. La cultura morotea aveva una consapevolezza della storia ma non era storicista,credo potesse trovare la sua genesi profonda in un altro grande filosofo meridionale, Giambattista Vico. Egli, cioè ricomponeva nelle regole dell’ordinamento civile la crescita del Paese dal punto di vista culturale prima che politico. Moro spiegava non solo le cose da fare, ma allo stesso tempo come si sarebbero dovute fare per realizzarle. Aveva, infatti, una concezione della cultura giuridica del diritto della norma che si fa, non della norma che si impone, che in astratto è perfetto, ma nella realtà produce distorsioni. Ed era sempre attento proprio ai rischi di queste distorsioni, non ignorando nessuna posizione culturale, anzi continuamente attento alle loro evoluzioni. Univa, quindi, il diritto romano e la misericordia cristiana, concependo il diritto come condizione di garanzia, la sua attenzione prevalente era governare gli eventi politici,ma non immagineràmai un movimentismo fuori del complesso meccanismo istituzionale, ma perché riteneva che la politica facesse riferimento ai fatti che accadono, e le istituzioni garantissero il succedersi democratico degli stessi. Sul piano delle possibili alleanze Moro ricomprendeva tutte le forze politiche con una comune idea della democrazia, la sua intelligenza politica spiegava che lo scontro avrebbe compromesso la vicenda democratica del Paese, sempre con la sua costante e straordinaria attenzione al nuovo, alle cose che accadono nella realtà sociale, e la naturale propensione a voler capire i cambiamenti e le trasformazioni del Paese.

Moro usava un'espressione che andrebbe ripetuta sembrava una cosa sofisticata, ma rivelava tutta la semplicità e l’originalità del suo pensiero: Noi guardiamo non all’equilibrio che c’è ma all’equilibrio che si fa. E usando un’altra espressione ripeteva che la politica era il governo intelligente degli eventi, non gestione del potere, cosa che crea anche nell’attuale classe politica italiana enormi difficoltà. Moro spiegava che è sbagliato immaginare il consenso come conseguenza del potere, il consenso ubbidisce a motivazioni diverse, è Il consenso che legittima la gestione del potere non è l’occupazione del potere che produce consenso. Le sue ultime riflessioni erano tutte rivolte alla crisi del sistema istituzionale rispetto ai processi che andavano intervenendo, alla qualità della democrazia che si stava affermando e che le forze politiche non erano più in grado di capire. Con la sua tragica scomparsa finiva anche il suo modo di pensare e la deriva politica nel Paese ha sostituito il governo della complessità con il recupero del moralismo. Moro era stato un grande protagonista della moralità della politica, ma mai si richiamava al giudizio morale nella vicende politiche, compiva invece il tentativo di capire qual era il punto di avvio per dipanare le situazioni di crisi. Emblematica la sua posizione sul piano di politica internazionale di attenzione e di dialogo verso i paesi arabi. Il dialogo era possibile solo da parte di chi aveva grandi convinzioni. Penso, che da quando abbiamo inventato la moralità come discrimine o come ragione della competizione politica, mai il Paese ha avuto tanta immoralità nella gestione della cosa pubblica. La storia culturale del Paese nel periodo più difficile della vicenda democratica ha riassunto nelle sua politica il massimo di cultura politica consentendo il dialogo ed evitando la guerra civile nel Paese, rendendo possibile il disegno di agire sulle cose per creare una condizione diversa che desse sbocco alla vicenda democratica complessa, la sua attualità e il suo ricordo non nascono dal rimpianto, ma dalla consapevolezza che la politica è governare gli eventi con intelligenza, le motivazioni ideali sono il motore dei processi ma a patto che riflettano e diventino la coscienza del popolo che si rappresenta e che i diritti e i doveri no siano solo rispettati ma siano valori condivisi. Quanto ci è mancato Moro in tutti questi anni, quanto bisogno avremmo avuto di Lui per educare ai valori della libertà.