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Anche in Cina esiste un jihad. Pechino sceglie la repressione e Trump minaccia sanzioni

Anche nella Repubblica Popolare Cinese esiste un jihad (sì, la parola jihad in arabo è maschile, ndr), cioè una lotta dei musulmani per difendere, in questo caso, la propria identità culturale, linguistica e religiosa. I protagonisti di questo jihad, in risposta alla repressione del governo comunista di Pechino, sono gli uiguri, minoranza islamica di lingua turca che risiede da sempre nella regione occidentale cinese dello Xinjiang.

In queste ore, gli uiguri sono al centro dell'attenzione internazionale - cosa che accade piuttosto di rado - dopo che l'organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch ha pubblicato un report agghiacciante sulle campagne di repressione messe in atto dal governo centrale nei confronti della popolazione islamica dello Xinjiang a partire da "Strike Hard", iniziativa di Pechino contro "l'estremismo religioso". Nel documento si parla di oltre un milione di detenuti uiguri nei cosiddetti "campi di rieducazione politica" voluti da Pechino. Si tratta di strutture in cui detenzioni arbitrarie, reclusione preventiva, torture e abusi di ogni genere sono la norma. L'accusa? Devianza dai principi della rivoluzione comunista, un "crimine" per il quale i turco-musulmani dello Xinjiang sono costretti a imparare il cinese e a lodare il Partito comunista.

Questa sorte può toccare a chiunque pratichi apertamente l'islam, manifestando la propria appartenenza religiosa nei modi più svariati. Portare la barba, indossare l'hijab (il velo islamico), salutare con la frase in arabo As-Salaam Alaykum, astenersi dal bere alcol o dal fumare, sono tutti comportamenti tali da rendere necessaria la "rieducazione" in salsa comunista, e il conseguente jihad di resistenza.

La regione dello Xingjang cinese, terra del jihad uiguro

Come spesso accade, i diritti umani entrano nell'arena politica internazionale, ma dalla porta di servizio.

Secondo quanto riporta oggi in New York Times, l'Amministrazione Trump sta studiando la possibilità di imporre sanzioni su funzionari e compagnie cinesi proprio per punire la repressione degli uiguri e delle altre minoranze musulmane nel Paese.

Citando fonti interne ed ex ufficiali, il NYT sostiene che da mesi la Casa bianca, con il Dipartimento al tesoro e il Dipartimento di stato, sta valutando questa possibilità. Alla fine di agosto parlamentari Usa inviarono al segretario di stato Mike Pompeo e a quello al tesoro Steven Mnuchin una lettera in cui chiedevano l'imposizione dei sanzioni.

La presa di posizione di Donald Trump "a favore del jihad uiguro" - ovviamente - va inserita nel contesto delle relazioni tra Washington e Pechino, attualmente piuttosto turbolente. Le eventuali sanzioni contro la Cina si unirebbero ai dazi commerciali, già messi in campo dagli Usa per frustrare la capacità cinese di raggiungere il rango di superpotenza nel settore tecnologico. E' naturale che la Casa Bianca utilizzi anche il tema degli uiguri come ulteriore sponda per attaccare il celeste impero, un paese in cui i diritti umani - come rilevava l'analista Giorgio Cuscito in questa sede - rappresentano un argomento piuttosto scottante.

Pechino, in particolare con l'amministrazione Xi Jinping, non ha intenzione di perdere il controllo della situazione nello Xinjiang, una regione che rappresenta la porta d'accesso all'Asia Centrale e - per certi aspetti - il ventre molle del colosso asiatico. La repressione, quindi, continuerà senza sosta, tanto che la Cina ha iniziato a mostrare interesse persino nello scacchiere siriano a favore di Assad, in modo da assicurarsi che gli uiguri impegnati come foreign fighters in Siria non facciano ritorno in patria o, tuttalpiù, che vengano consegnati nelle mani del governo centrale.